Capitolo I
Finalmente imbruniva, Edoardo era rimasto per ore sospeso tra il sonno e la veglia, le mani in tasca, le gambe allungate nell’erba che circondava la panchina. Non s’era nemmeno accorto che i bambini erano andati tutti via, segno che era tardi, le foglie secche si erano impadronite della scena come fossero vive, mosse da un vento affilato e freddo, carico dell’odore di umido e di caligine bruciacchiata che si arrampicava dal fosso al di là del recinto sfondato del giardino.

La notte, grave di problemi, lo aspettava al varco, si sentiva azzagate [= picchiato] dall’inedia, il sangue continuava a pulsargli solo nelle palpebre semiaddormentate e nel petto, il resto del corpo era gelato. Si tirò con decisione a sedere, si avvolse nel mantello fino agli occhi, sbadigliò di fame e rimase per un po’ indeciso a fissare le lucine lontane dalla parte della stazione che sembravano palpitare in preda a una strana allusione di arcane fortune. Invece la solita realtà, squallida e ostinata resisteva e continuava a schiacciarlo. Bisognava muoversi, da nesterze [=avantieri] mangiava solo pane. E c’era molto da camminare per arrivare al deposito ferroviario, lì aveva scoperto che in un binario morto, c’era una vecchia carrozza in disarmo: il deposito era fuori della stazione, quasi in aperta campagna e doveva fare un giro lungo anche per andare a consigliarsi con Gennaro che lo aiutava quando poteva. Era proibito dormire nei vagoni ferroviari fermi nelle stazioni, lo avevano sorpreso due volte e la Milizia l’aveva anche arrestato e s’era preso qualche giorno in catorbia e un sermone del maresciallo dei carabinieri:
- Cerca di non farti pescare un’altra volta perché la prossima non te la cavi così… Tu sei un vagabondo di professione! ‘Nu squagghiasole [=un perdigiorno]!
- Nessuno mi dà un lavoro, Sig. maresciallo – aveva cercato di giustificarsi.
- Non chiamarmi Sig. maresciallo, te l’ho già detto altre volte, devi dire ”camerata maresciallo”.
- Va bene… camerata maresciallo – aveva ripreso a testa bassa – va bene, ma io non ho casa, nè parenti, nè lavoro. Che devo fare? Da qualche parte devo dormire, di notte fa freddo.
- Io non posso farti niente – il maresciallo s’era infastidito, si nsustava [=infastidiva] facilmente, – la legge è legge. Va’ al Fascio rionale. Lì forse possono fare qualche cosa.
Ora per fortuna l’inverno stava finendo e il problema della notte poteva considerarsi rimandato ma rimaneva quello del cibo, col pochissimo denaro che aveva poteva comprarsi un po’ di pane asciutto ma bisognava pur bere qualcosa per riscaldarsi. Doveva per forza incontrare Gennaro che era l’unico amico che gli era rimasto. Domenico, sì, anche lui lo aiutava come poteva ma quello aveva moglie e quattro figli e non se la passava bene nemmeno lui. Che poteva fare in quelle condizioni? Edoardo si mosse lentamente verso il paese, raggiunse il corso che risaliva verso il centro e camminò scambiettando, tanto per perdere tempo, attorno alla stretta stria di alberetti che costeggiava la strada finché arrivò davanti ad un bar e si fece forza per non entrare, aveva voglia di un caffè ma si affacciò appena a guardare attraverso i vetri gli avventori presso il banco e li riconobbe: fascisti in divisa e fra quelli, in borghese, con la camicia nera, il federale. Che ci stavano a fare lì? Sembrava lo facessero apposta, nemmeno se avesse voluto avrebbe potuto entrare a prendersi ‘na tazza calda, c’era pure quel graduato della milizia che l’ultima volta lo aveva preso a vaevieni [=schiaffo], chè non aveva salutato col braccio alzato al passaggio dei labari. Non aveva reagito nemmeno internamente, ormai aveva sopportato tante offese e malinconie che la sensibilità gli s’era spenta. La sua vita era divisa in due: nella prima parte, il padre, titolare di una piccola vendita alimentare, pur con qualche affanno economico, gli aveva permesso di studiare fino al terzo anno di scuola superiore, la scola granne [=scuola superiore], e poi, nella seconda, il padre era morto e a nzecherdure [=improvviso], s’era trovato solo e nzopascionde [=in aggiunta], con la madre sulle spalle nzeruate [=rattrappite] pure lei da un male che la faceva sragionare. Così all’improvviso s’era svegliato spoglio e senza qualificazioni sociali, all’auie dulge [=fallito economicamente], sulla strada. Nel vicinato, tra gli antichi conoscenti si erano inventati aneddoti calunniosi per meglio definire la sua disgrazia facendola quasi apparire come effetto d’incapacità e di depravazione per una certa inclinazione che aveva al gioco e alle compagnie e senza dubbio, un fondo di debolezza c’era nel suo carattere ma certi giudici si sarebbero ravveduti se avessero considerato con uguale severità sé stessi, perché si sarebbero accorti che, se non altro per la recettività propria dei bambini, anche lui, da piccolo, aveva assimilato le stesse convinzioni che i genitori e tutto l’ambiente condividevano. Non aveva mai cercato, infatti, di darsi dei fini generali e come pensiero era rimasto nel sistema comune. Gli avevano detto ”Dio solo lo sa qual è il tuo fine” e “se ti viene concessa un’opportunità devi saperla sfruttare” e lui pur non riuscendo a sfruttare utilmente la propria perché… sì… s’era mbicato [=impiccato] da solo per inesperienza, era comunque rimasto con i piedi sulla terra, non era andato dietro alle idee, nate chissà dove nella testa della gente. Un’idea è sempre una specie di filtro, di paraocchi tra il giusto e l’ingiusto, una cosa tutta da verificare, invece non era nel suo carattere condannare alcunché secondo un codice precostituito, nemmeno la disgrazia sua e di chi era nelle sue condizioni l’aveva mai addossata alla cattiveria del mondo, era rimasto neutrale, non s’illudeva che ci fosse una teoria, una specie di magia per sconfiggere i mali del mondo. Il male lo considerava come il morso della vipera, un’inondazione, una gelata, il morbillo, lo sporco; la realtà è un insieme, aveva sempre pensato, e non si può dividerla in due senza distruggerla. Nemmeno adesso soffriva rancore per l’ingiustizia che subiva, non per l’ingiustizia in sé perlomeno, ma perché veniva isolato sì, perché era escluso dalla società, per lui l’effetto contava, non il fatto in assoluto. In fondo che gli importava delle idee, dei fini generali, degli individui malvagi del gruppo se il fine personale, quello relativo, concreto, era starci dentro quel gruppo, con tutte le sue malvagità?
- Tiè, chi si vede, vai al caffè adesso? hai fatto soldi? – gorgheggiò con un tono tutto particolare di affettuoso dileggio, un donnone che passava, dando una scossa ai suoi pensieri. Edoardo adocchiò la buzzecannone [=grassona], che era l’unica donna che era stata con lui di recente e non rispose di traverso come in strada aveva imparato a fare. Ormai nemmeno le contadine, tutte sudice e le manovali del conservificio lo consideravano un uomo.
- Vatti a lavare, mammaiacche [=scarafaggio], sciabecche [=trasandato, malandato] – lo schernivano se ci provava. Maria, se avevi due soldi non storceva la bocca, era anziana e viveva pure male, di stenti.
- Siamo tutti e due disgraziati, che vuoi farci? Ma tu sei giovane, un bel giovane, perché non fai qualche cosa? Perché non provi ad arruolarti? – glielo ripeteva ogni volta che lo vedeva.
- Toh e dove? e perché?
- Ma sei proprio dell’uno tu, non sai niente. Sai quanti disoccupati come te si stanno arruolando? Vanno in Spagna che ci sta ‘na guerra… civile, sì, così la chiamano. Pagano bene, informati, io questo so. Tanto, che ci fai così?
- Mah! io non so’ fatto per sparare.
- Chi non risica non rosica, chi non spara non mangia.
Eh già, mangiare, mangiare doveva, la sua vita era diventata una parentesi, da una parte “mangiare” e dall’altra “dormire al coperto” e in mezzo niente. Quella mattina era stato al monastero e il monaco giovane non c’era, c’era l’anziano che sì e no gli dava un morso di pane. Il ricordo della fame gli fece alzare il passo e in due falcate arrivò all’osteria dove Gennaro si fermava a fare cena quando racimolava abbastanza soldi per permettersi un pasto completo.
- Ehilà! – esclamò l’amico appena lo vide – Sei fuori? Temevo ti avessero fatto ‘nu verdelline [=riempito di botte] per dormire nella strada.
- Sì, mi hanno tenuto o’ friske [=in carcere] un paio di notti però… come vedi sto qua.
- E’ strana l’Italia, amico mio, hai l’obbligo di avere un domicilio, di obbedire alle leggi e di non vagabondare ma lo Stato mica te lo dà un lavoro per essere in regola, nemmeno ‘nu taccarììdde [=un pochino] di lavoro, e se non lavori la colpa è tua che sei ‘nu stancachiazze [=un perdigiorno].
- Eh io vorrei averceli un lavoro e una casa, ‘nu iuse [=un locale non dotato di luce] dove stare.
- Caro Eddò, non hai un mestiere, questo è il guaio, solo il manovale puoi fare e non sei nemmeno abituato.
- Ed è colpa mia? I miei mi hanno mandato a scuola, se mi avessero mandato a ‘mparà l’arte da ‘nu meste-panne [=un sarto] o ‘nu mestalandrète [=un funaio], sarebbe stato meglio.
- E non sei nemmeno ‘nu mbrestulone [=un chiacchierone, contafrottole] che riesce a farsi le amicizie giuste e a mbrescenasse [=intrufolarsi]…
Gennaro aveva avuto un altro percorso nella vita, il padre l’aveva ritirato dalla scuola in quinta elementare e lo aveva portato con sé a fare il bracciante. I sindacalisti e i compagni paterni erano stati la sua scola granne [=scuola superiore], qualcuno gli aveva anche spiegato Il capitale, e gli avevano insegnato un mestiere. L’appartenenza a un partito aveva dàto un ordine alla sua difficile esistenza. Diceva spesso agli amici:
- Il partito mi ha dàto il rispetto di me stesso, per questo non sono finito nella strada come Edoardo, io non vivo alla giornata, penso che la nostra vita debba servire a qualcosa sulla terra, questo è importante.
- Tu non credi alla religione? – una volta gli aveva chiesto Edoardo.
- No, del resto nemmeno tu e Domenico ci credete. La religione ti dice quello che devi e quello che non devi fare ma la meta che ti propone non si vede, è una cosa che non esiste e a ciò che non si vede non ci crede più nessuno. E’ come svuotare ‘na foggia co ‘na tiana sfunnata [=un pozzo con un tegame sfondato], una cosa da papamosckue [=acchiappanuvole] e finisce sempre che le cose della Terra devono restare tale e quale come sono, perché ”siamo tutti fratelli” dicono ma non è vero perché chi tiene i taratuffe [=tartufi di mare] mica li divide con te che non hai niente. Gesù Cristo se ne lavava le mani pure lui, ”date a Cesare quel ch’è di Cesare” embè? se Cesare quello che tiene l’ha rubato alla povera gente, mica me lo dice il Vangelo che cosa devo fare. Devo continuare a dire “signorsì” a destra e a manca a chi tene mmane ‘u mertare [=ha il coltello dalla parte del manico] e si pigghia tutte ‘u svìerchie [=il sovrabbondante], e tu devi continuare a essere piccolo e insignificante perchè non fai parte di niente, di un organismo più grande di te. Tu da solo, Eddò, resterai sempre un vagabondo.
- E chi lo sa? Potrei pure diventare ditziofacte [=ipso facto] ricco, che ne sai? La fortuna certe volte…
- Un ricco vagabondo – l’amico gli dètte ‘nu mafone [=uno scappellotto] affettuoso sul collo – ma io sarò sempre più forte di te perché io sono nel partito, faccio parte di un corpo grande, molto grande che fa paura anche ai potenti a cui tu dici “signorsì”. Per questo ci perseguitano, perché hanno paura di noi.
- Mah… Genna’, io non sono convinto che in un partito si cresce, tu per esempio devi sempre andare in giro a cercarti clienti, se no mica mangi. Se fosse come dici tu basterebbe che io entrassi nel tuo partito e avrei risolto i miei problemi, invece se io fossi socialista come te mi prenderei certi sandandonie [=bastonature]. E non parliamo di dormire, a proposito… sto cercando un posto per ripararmi in questi ultimi giorni di freddo, poi col caldo vabbè… fazze la farenue [=faccio la falena]. Ho saputo che c’è un vecchio vagone fuori stazione.
- Già, e se i sandemìdici [=ronda di due Carabinieri] ti pigliano un’altra volta?
- E’ lontano, lì la Polizia ferroviaria non ci va.
- Pròvaci, che ti debbo dire? Io per quello non posso aiutarti, dove dormo io è ‘nu rezzue [=un abituro], na camera piccola che si stipa appena una sedia e un letto, nemmeno ‘nu tauatììdde [=un ammezzato di legno] ci sta sopra.
- Sai se Domenico? Mi pare che ci ha ‘na stanza che vuole fittare.
- Non credo proprio, è già abbastanza nei guai con moglie e figli.
- Fra giorni forse prendo qualcosa di disoccupazione e potrei dargliela
- Io non so niente… dì un po’ hai mangiato?
- Un pezzo di pane m’ha dato il monaco.
- Vieni con me, oggi ho riparato parecchio e qualche soldo ce l’ho. Comunque, a parte la casa, so che al conservificio servono vrazzali [=braccianti], hanno proposto a me di andarci ma io ho il mio mestiere. Vacci, prova, può darsi che una settimana l’aggiusti. Beh… adesso andiamo a mangiare, sarai affamato e pure io.
Finirono mezzi brilli a tarda sera. Qualche cane abbaiava quando Edoardo arrivò sul terrapieno dove correvano i reticoli delle rotaie che la luna illuminava di un biancore lucente ché la terra pareva lattata [=imbiancata] dalla mano di un maestro lattatore [=imbianchino]. L’erba che s’era intricata nelle traverse a tratti era scura, a tratti d’argento. In una specie di tunnel dove i binari sparivano lasciando una linea sola, invasa da pietre e da stipe, eccola lì la carrozza sotto la luna, circondata da alti arbusti cresciuti tra le rotaie e alle sue spalle, come per cingerla in una specie di fortilizio naturale. Edoardo ci girò attorno finché trovò un lato aperto, privo di portiera, c’era anche una scaletta, ci si arrampicò e si affacciò all’interno. Era buio nonostante il chiarore che c’era fuori, accese un fiammifero ed entrò. Avanzò di qualche passo e vide alcuni sedili sgombri ma su altri vi erano masse scure di uomini che dormivano, c’era anche una donna, più in là un uomo corpulento russava. Una voce, arrotondata dal sonno chiese:
- Chi sei, che vuoi?
- Cerco un posto per dormire.
- Non puoi stare su questo treno, ci stiamo noi, siamo una famiglia, non vogliamo nessuno qui.
- Io vado dall’altra parte del vagone, non vi do fastidio.
Il fiammifero s’era consumato e il dialogo proseguì al buio, la voce che sembrava spenta, dopo un rabbuffo di tosse, con un tono più basso si rifece a chiedere:
- Da dove vieni?
- Sono uscito di prigione per vagabondaggio, se mi ritrovano a dormire in strada mi rimettono dentro e io domani dovrei prendere un lavoro.
- Va bene – replicò lo sconosciuto divenuto conciliante – parli come una persona perbene, istruita. Vai dall’altra parte in silenzio, domani vedremo.
Edoardo si sdraiò sul sedile di legno in fondo al vagone e tirò un respiro di sollievo. Avvertiva un grugar soffocato di rumori e di voci che giungeva sempre uguale come una corrente da lontano, ogni tanto passi più vicini di qualche passeggero notturno, il raspare di qualche animale o il fischio di un treno in partenza dalla stazione e si sentiva sereno; a poco a poco il suo respiro si fece tranquillo e dopo un singulto, cominciò a russare. Si svegliò che l’oscurità indugiava ancora in basso come se fosse più pesante della luce, in alto invece il cielo illimpidiva e si udiva qualche uccellino che fischiava.
- Tregnola [=allodola]? calandrone [=uccello comune]? napparule [=pettirosso]?
Edoardo amava gli uccelli, si sentiva quasi allegro, avrebbe voluto mettersi a fischiare anche lui. Effetto della cena e della dormita che da tempo non faceva più in maniera così appagante. Si guardò attorno. L’interno del vagone ora era a vista, la parte occupata dalla famiglia era piena di roba, vi erano cuscini e vecchie coperte sui sedili, in alto pacchi e valigie sfondate. In un angolo c’erano ciotole, cucchiai e forchette, per terra qualche bottiglia semivuota. Era una specie di accampamento stabile. Edoardo si levò in silenzio e scese in cerca di qualche angolo nascosto per fare i suoi bisogni corporali e qualche fontana per lavarsi. Quando tornò alla carrozza vide venire verso di lui la famiglia al completo: un vecchio, due bambini, una donna e dietro a tutti, un omone ancora giovane, con i capelli e la barba lunghi, una specie di saverròne sbagugliato [=grosso sasso dissestato] che lo guatava torvo, mentre il vecchio procedeva borbottando e gesticolando. Edoardo capì che la voce notturna era la sua e si fermò ad aspettarlo per ringraziarlo ma quello non gliene dètte il tempo
- Eccolo – disse additandolo al più giovane – è lui!
L’uomo si piazzò a gambe larghe con fare sbrafante [=sbruffone, gradasso] e chiese – Che vuoi? Non puoi restare con noi. Il vecchio ha sbagliato a farti dormire qui. Devi andartene subito – la sua voce era alterata – io ho una donna con me e dei bambini, non voglio estranei. Ci siamo capiti? Il tono non era conciliante, Edoardo guardò a lungo l’uomo e poi la donna, aveva un grande seno floscio che le ballava quando camminava, fianchi forti e gambe tutte gonfie e sgorbiate dalle varici, non aveva nemmeno lei un aspetto tenero e amichevole. Ed era scalza come tutta la famiglia. Sembravano un branco di lupi
- Io non ho casa né altri posti dove andare – fu la fiacca difesa che l’intruso tentò senza convinzione.
- Non è cosa nostra – replicò la donna rivelando una voce maschile più drastica di quella del compagno – noi stiamo qui prima di te, ormai il vagone è nostro.
- Se vuoi un rifugio – riprese l’omone – c’è una vecchia cabina di controllo, duecento metri più giù, per te basta, vacci
- Sì – aggiunse la donna – va’ giù, attento che ci stanno i topi e le serpi. Se accendi il fuoco, se ne vanno.
Edoardo non rispose più, non aveva vantaggio, squadrò un’ultima volta la famigliola e i bambini gli sembrarono animali selvatici, diffidenti e spaventati che lo fissavano con gli occhi sbarrati e ostili come piccole iene. Partita persa! si girò e si avviò nella direzione che gli avevano indicata. Nella vecchia cabina i pavimenti erano stati divelti e c’erano dappertutto calcinacci, tufi, immondizie, lucertole e insetti.
- C’è da farsi mbrescenà [=coinvolgere]! Ci vorrebbe una squadra di remmatììre [=spazzini] per pulire tutta ‘sta sdevacata di pestrigghie [=grande quantità di cianfrusaglie]! No, è impossibile – si disse scoraggiato, meglio andare a dormire sotto il castello dove i barboni avevano organizzato i turni e se arrivava una ronda, qualcuno avvisava gli altri arrià pulimme [=grido dei monelli degli anni ’30 per avvertire i compagni dell’arrivo di un vigile (la zuppììre)] come facevano i ragazzi per evitare i vigili. Non era una bella società nemmeno quella ma comunque meglio di questo cafurchio [=tugurio]. E poi, quel giorno doveva andare al conservificio, Gennaro aveva assicurato che cercavano manovali.