Capitolo X
Edoardo, subito avvisato da Vito dell’arrivo di Gennaro, riempì la moto-carrozzetta di una quantità di cose, vino, liquori, carne di capretto, frutta (c’era un po’ di tutto), e al tramonto arrivò davanti alla casa della famiglia Terlizzi e suonò tre volte: era il segnale noto ai ragazzi che uscirono vociando per portare tutto dentro, poi chiese di Gennaro e Lucia lo informò:
- E’ andato in questura a regolarizzare il suo arrivo e a dichiarare il domicilio provvisorio. Sarà qui a momenti.
- Facciamo una grande festa stasera – Edo si raccomandò togliendosi il giubbotto di pelle nera da motociclista che Ninuccio subito requisì per indossarlo e pavoneggiarsi nello specchio.
- Venga anche lei – gridò poi verso la stanza del pensionante – professor Martinelli, a mangiare con noi! Festeggiamo il ritorno di un vecchio amico! Sarà una bella serata, sono finiti i tempi che eravamo strazzavecchiari [=raccoglitori di stracci].
- Non vorrei dar disturbo – si schermì pe’ crianza [=per educazione] l’anziano insegnante che già pregustava l’abbuffata – gradirò solo qualche cosetta.
- Macché disturbo – rispose Lucia – peccato che manca il terzo dei moschettieri, manca Domenico – e pronunziando quel nome la donna assalita dai suoi ricordi subito tacque mentre Edoardo invece correva già con la fantasia in avanti rappresentandosi le cose che si potevano fare insieme ora che anche Gennaro era tornato. L’idea di lanciare un’iniziativa industriale gli girava in testa già da un po’ di tempo e voleva sfruttare le competenze dell’amico nel settore delle calzature. Una fabbrica di scarpe, sì, una grande fabbrica di scarpe… e avrebbe potuto assicurarsi le forniture militari… e diventare un industriale! una posizione di prestigio e anche di terzietà politica, al di là di qualsiasi rovescio di regime, inattaccabile dalle congiunture di natura partigiana. E lui già ce li aveva gli abboccamenti giusti, taluni banchieri che lo avevano aiutato a convertire i gioielli portati dalla Spagna! Sì, sì c’era tanto da fare… e da arricchirsi… Ma non c’era fretta…
Quel giorno sarebbe stato difficile parlare di certe cose, i ragazzi erano allegri per la festa e i due maggiori lo assillavano come al solito, con la richiesta di racconti di guerra, di assalti, di bombardamenti e di piraterie. Vito diceva spesso:
- Quando sarò grande andrò anch’io a combattere per vendicare papà!
- E tre! – la madre che era stufa di sentirglielo dire, questa volta intervenne con rabbia – uno sta in collegio a fare apprendistato come geniere, l’altro è già morto ed ecco l’ultimo. Ma è possibile che ormai in Italia non si parla che di guerra?
- Ancora guerra? – Gennaro era entrato ad interrompere il dialogo. I due amici che non si vedevano da anni, si squadrarono a lungo, infine si abbracciarono con le lacrime agli occhi.
- Oh Dio – disse l’esule – quanto tempo è passato! e quante cose sono successe! E come sei cambiato! Eddò, mi pari gargante ma ngruduesciute [=robusto ma indurito]
- Io ti trovo bene, nu poco ingrassato pure, ma sei rimasto quello di sempre. Pare nesterze [=avantieri] – gli rispose l’altro.
- Ho continuato anche lì ad esercitare il mio mestiere e… mi sono anche perfezionato, vedrai. Ti farò un paio di scarpe che ti invidieranno, ti prendo le misure.
Edoardo sorrideva intenerito e battendogli una mano sulla spalla lo prendeva in giro.
- Pensi sempre alle scarpe, parliamo d’altro, sei al solito, un’anima candida… le misure le prenderai un altro giorno, e ne avremo di cose da dire.
- E di che vuoi parlare? Di te che ti sei fatto ciambiscia’ [=graffiare, rovinare] un occhio e ti sei messo pure la camicia nera?
- No, di quello che ho portato per mangiare. Vedi quanta bella roba? Un tempo ci faceva effetto! E poi… domani ti porto con la moto a visitare una conceria che so io, per organizzare la bottega tua oppure…
Mentre mangiavano, il prof. Martinelli si riempiva prima gli occhi e poi lo stomaco e non parlava, Gennaro parlava quasi esclusivamente del suo progetto artigianale ed Edoardo lo interrompeva per esporgli i suoi progetti, ben più ambiziosi e spregiudicati. Alla fine l’esule, esauriti gli entusiasmi oratori per la futura bottega, fu costretto a sottoporre ad analisi di fattibilità le proposte dell’amico.
- Eddò, già diventare artigiano autonomo non sarà facile perché bisognerà procurarsi una clientela pagante, per una fabbrica come dici tu, ci vogliono denari, ma tanti tanti. Chi te li dà? Tu sei diventato, sì, un saccheggiatore ma che altro vuoi saccheggia’, la Banca d’Italia?
- Non ti preoccupare, li troveremo
- Li troveremo? A me, antifascista, reduce dal domicilio coatto, mi dànno i soldi? Figurati, la borghesia del Duce che dà i soldi a un sovversivo per farsi la fabbrica. Vuoi scherza’, Eddò?
L’altro lo guardava con premura impaziente.
- I soldi li cerco io, il tuo compito sarà quello di prestare il mestiere che hai per metterlo a frutto e far funzionare la cosa.
- Dovrei diventare il tuo uomo di fiducia
- Ti puoi associare… se non faranno eccezioni di natura politica
Alla terza portata Martinelli si arrese e mezzo brillo chiese il permesso di ritirarsi. E Gennaro ne approfittò per parlare chiaro:
- Il discorso non regge. O faccio il tuo dipendente o faccio il socio… senza soldi. In un caso e nell’altro tu rischi per la mia presenza nei tuoi affari. Se vuoi fare la fabbrica, falla, io preferisco fare l’artigiano. Al massimo posso collaborare con te, ti creo i modelli, ti scelgo il materiale e ti faccio i conti, e tu mi paghi per quello che faccio e ognuno a casa propria. E’ meno compromettente per te.
- Embè? – preffine [=persino] Edoardo fu d’accordo su questo, s’era illuminato e si fermò a cercare la formula giusta per accennare un’altra cosa che gli stava a cuore
- Non è ragionare pastuse [=sensato] questo? La tua soluzione è geniale e così… la tua presenza sarà anche un buon biglietto da visita per quegli ambienti che mi sarebbero ostili… gli amici tuoi.
- E che? vuoi diventare socialista?
- Io non sono niente, lo sai
- Ah sì, la storia del magnete
- Appunto, io non ho pregiudizi verso nessuno e vorrei che gli altri non ne avessero verso di me. Mi piacerebbe che si sapesse… che se assumerò gente non guarderò al curriculum politico ma di lavoro.
- Ho capito, per me va bene, io so con chi ho a che fare e comunque ‘sto discorso mi suona strano… di che hai paura?
- Di niente, lo sai, ma qui prima o poi arriva una guerra e chi lo sa come va a finire. Ma di me ti fidi?
- Personalmente sì ma hai ‘na brutta additte [=nomea]. Comunque sì, va bene, il resto so’ tutte sciruecchie [=roba di poco valore, sciocchezzuole]. Staremo a vedere.
- Beh? – Edoardo lo interruppe – e stasera? dove alloggi?
- Lucia mi ha affittato una stanza fintanto che non trovo qualche altra cosa
- E come? Io ho un appartamento enorme solo per me. Perché non vieni lì? Sai, il vicinato qui che dirà su lei e su te? Una vedova che prende in casa un uomo giovane. Si rovinerà la reputazione, finirà in bocca a stu cerrigghie [=riunione] di maldicenti. Direbbero che è uno scandalo, nu scisciacchie [=un pasticcio]…
La donna però aveva già superato i suoi scrupoli e ribatté
- Hai ragione, Edoardo ma vedi, che anche tu ti rovineresti la reputazione con un antifascista in casa e mi pare che delle due, la tua reputazione sia più preziosa della mia. Io so quello che faccio e se la gente vuol parlare, si accomodi. Tanto sulle donne di chiacchiere se ne fanno comunque, pure se tieni lu tafanarie gruosse [=il sedere grosso] dicono che tieni na tufanatura [=una sporgenza] dietro, ma per gli uomini che stanno in politica è più pericoloso.
Il discorso era logico e responsabile, Edoardo lo capiva e ci si adattò immediatamente
- Hai ragione, Lucì, hai ragione, hai angarrate [=sei sulla buona strada] giusto.
- Sì, ha ragione lei, Eddò, – rincalzò Gennaro – andiamo al pratico, se vengo a casa tua mica posso restare nascosto, devo pur andare almeno a mangiare.
- Ma per quello ho la serva che mi fa tutto.
- Peggio, lo saprebbe tutto il mondo, pure Ciano e Mussolini. Piuttosto… sono curioso, com’è che sei diventato ricco? e fascista per dippiù. Ci credi veramente che il tuo duce, mandando i ciabattini all’esilio riuscirà a fare dell’Italia una nazione di guerrieri? Credi alle furiengule [=corse veloci e continue] dei gerarchi? Credi che siamo tutti santi, eroi e navigatori? Qua molti nemmeno sanno nuotare.
- Genna’, tu lo sai come la penso, io non credo a niente, io sto nel fascismo per farmi una posizione, una vita da bonghedate [=gaudente], e approfitto del fatto che sono grande invalido, li frego con le regole loro. I soldi? Chiamali come vuoi, pure bottino di guerra, comunque ti assicuro che quelli a cui li ho tolti non avevano la coscienza netta nemmeno loro. Quello a cui ho tolto di più era un famoso saccheggiatore e torturatore. Ce l’aveva con me che l’avevo più volte fregato al gioco e quando ormai non ero più in divisa mi provocò, mi minacciò con la pistola, non sapeva che comunque io ero armato, e nell’inchiesta tutti i presenti testimoniarono che era stato lui ad aggredirmi. Ti fanno schifo i miei soldi? la vita è così, o hai coraggio o aspetti passivamente che le cose te le conceda dall’alto il sovrano, l’uomo forte, il signore… il Duce. Sono quelli che non combattono a permettere ai Mussolini di gallià [=spadroneggiare]. Questa è la mentalità dei servi.
- Ah – scattò Gennaro – pure tu sei anarchico?
- E chi lo può dire? tutti gli uomini liberi sono anarchici.
- Vai a vede’ che stavamo tutti e due da una stessa parte e non lo sapevamo!
- E’ difficile tracciare i limiti dell’anarchia con una definizione precisa.
- Bisogna vedere come intendiamo la libertà, la libertà tua è certamente diversa dalla mia.
- Ma il servilismo è uguale per tutti.
Gennaro non rispose, non raccolse la nzuldatura [=provocazione, insulto] ma si versò da bere, riempì anche il bicchiere di Edoardo e restarono in silenzio per un po’ a sorseggiare e a coltivare la nostalgia della leggerezza del passato. Le belle giornate quando giocavano ai pirati sul fortino abbandonato, e quelle da strefenzue sfelettate [=striscioline sfilacciate di stoffa] dalla fame che rincorrevano un pasto di pane e croste di formaggio e dormivano nei vagoni abbandonati. Domenico non c’era più ed Edoardo, il vagabondo razionale era diventato predone ed era passato dall’altra parte del magnete.
- Il dolce! – La voce di Lucia provocò un coro di grida dei ragazzi e Gennaro chiese:
- Fa parte del bottino pure questo?
Alla fine della cena, avevano tutti mangiato parecchio e bevuto anche dippiù giacché ciò che volevano soddisfare non era la fame ma la nostalgia. Se da giovani non avessero tanto sognato di riempirsi lo stomaco, ora non avrebbero confuso l’appetito con il rimpianto della giovinezza.
Edoardo, mezzo brillo, voleva portare l’amico in piena notte a visitare le concerie che dovevano fornirgli il pellame per lavorare, ma Gennaro, più lucido resisteva.
- Io non mi muovo di qui anche perché Lucia mi ha già preparato il letto. Verrò domani.
L’altro alla fine si arrese, guardò la donna che nettava la frutta al più piccolo dei figli, guardò Gennaro e si accomiatò soddisfatto.
- Allora buonanotte a tutti.
Lucia portò a dormire i ragazzi, tornò e si sedette accanto al suo vecchio confidente, ormai appapagnato [=stordito] dal vino.
- Vuoi che ti aggiusti la camera? ti cambio ‘u fazzechescine [=la federa]? – gli chiese con voce carezzante – e ti ringrazio per non aver accettato l’invito di Edoardo – si fermò e dopo una pausa aggiunse – mi sarebbe dispiaciuto se lo avessi preferito a me.
- Lui ci avrebbe rimesso più di te. Fra noi le cose si possono sempre mettere a posto, riparare legalmente, ma per lui non ci sarebbe niente da fare.
- E’ per questo che hai preferito restare? – Lucia era francamente delusa
- No, non solo, anche. E tu perché mi hai invitato?
- I ragazzi hanno bisogno della guida di un padre
- E’ per questo che mi hai invitato? – l’altro le fece il verso
- No, mi fa piacere
- Anche a me. E poi, i tuoi ragazzi sono già grandi, il padre se lo sono scelto loro, preferiscono Edoardo. Lucì, io sono rimasto per noi, per me e per te.
L’indomani Gennaro contò il denaro che era riuscito a nzemuà [=accumulare] in esilio, erano circa cinquemila lire, sufficienti per avviare bottega. Ne prese una parte e il resto lo consegnò alla donna
- Conservali tu, io non saprei dove metterli.
Quella soppesò la somma e dubbiosa gli disse
- Se non dovessero bastare, ti posso aiutare, anch’io ho qualcosa da parte. Cerco sempre di sparagna’ [=risparmiare], chi ha conosciuto la miseria ha sempre paura di restare senza soldi e mette da parte qualche lira.
- Non darti pensiero, vedrai che basteranno, devono bastare.
Edoardo era in casa quando Gennaro bussò alla sua porta, venne ad aprire di persona
in vestaglia di seta e lo introdusse nel salotto.
L’appartamento era in un quartiere residenziale che stava sorgendo tra gli orti e gli ulivi di un’antica piana foravi’ [=fuorimano] dove un tempo c’era un cimitero ebraico ormai in rovina. Le facciate delle palazzine, basse e linearmente coerenti tra di loro, erano tutte di stile Liberty come i villini che le affiancavano, con qualche traccia di lezioso barocco in cui appariva la voglia di lusso della borghesia arricchita con il fascismo. La casa di Edoardo era piena di quadri, gingilli e bellissimi tappeti orientali. C’erano credenze ornate di cariatidi ed intagli a bambocci, pezzi di argenteria e in un angolo del salotto troneggiava una radio a mobile sulla quale c’era un enorme ritratto di Mussolini.

- Assièttate [=siediti] – disse Eddò all’amico indicandogli una poltrona di pelle tra quelle che erano disseminate nei corridoi e nelle stanze – sarò subito pronto. Vedi quant’è grande la mia casa? Ti avrei volentieri ceduto un angolino ma non hai voluto.
Gennaro non rispose, si guardava intorno e nonostante fosse da tempo convinto della superiorità della gente onesta sulle ricchezze facili e senza senso, nella nicchia più remota della sua mente, aveva sentito scattare un’idea rugginosa carica di risentimento, quella di essere ancora un povero morto di fame. Non ne era sconvolto ma quel pensiero gli causava una fastidiosa ndusequature de ndrame [=avvelenamento delle budella] . Non certo perché stava cedendo al morso dell’invidia ma ”ci hanno sempre ripetuto“ rimuginava “che quanto ci succede è l’esplicazione delle nostre possibilità, dei nostri meriti e… messa così la cosa la miseria non può che essere il risultato della mancanza di meriti. Mah… questo è il pensiero dei borghesi ma se avessero ragione? il povero sarebbe povero perché non vale niente, non il contrario… “ Edoardo ci mise poco a vestirsi e scesero in silenzio come se per la prima volta ci fosse un motivo di imbarazzo tra di loro, poi con la motocarrozzetta raggiunsero un paese vicino. Nella conceria dove andarono, Eddò si fece annunciare:
- Fiduciario politico Calabrò, desidererei parlare con il direttore
Furono subito ricevuti e con la sua garanzia, la società era disposta a fare credito fino a £10.000 di merce, Gennaro guardò, valutò la qualità dei cuoi e fece le ordinazioni per una somma di £3.000, impegnandosi a ritirare e a pagare al massimo entro un mese.
- Mi basteranno per chissà quante scarpe – disse sommessamente all’amico.