Il flauto e il capitale

Capitolo XI


La bottega fu aperta in un angolo di una stretta stradina popolare dove non c’era mai pace e, per l’altezza degli edifici, il sole non stagnava ma illuminava alternativamente, prima la destra poi la sinistra e a piano-terra si fermava sulle soglie. C’era una vetrina con le impannate e una piccola leggenda su legno verniciato blu e in alto, una lampada di vetro smerigliato azzurrino. L’artigiano pagò subito tutte le spese senza ricorrere a prestiti perché aveva già una buona clientela, tra cui un gerarca squadrista, marcia su Roma, sciarpa littorio, un pezzo grosso, amico di Mussolini, ma un pezzo di pane se ti muovevi in modo da non pestargli i calli. Gennaro lo conosceva da tempo e conosceva i suoi calli, per cui non era mai entrato in conflitto con lui perché sapeva come tenergli in forma gli stivali. Un giorno gli entrò in bottega, camasce camasce [=veramente pigra], con la solita aria da Nablione [=Napoleone]

  • Buongiorno Genna’, daquanne [=da tanto tempo] non ti vedo, non sapevo nemmeno che stavi donnanze [=qui vicino]!
  • Ah buongiorno eccellenza!
  • Vedo che la relegazione a Lipari ti ha giovato! Mi fa piacere, meglio a bottega che in giro. Sarai meno esposto alle chiacchiere. Penserai a lavorare e basta…
  • In verità – replicò Gennaro – io ho sempre fatto così, però c’è stato qualcuno che mi ha voluto seghetà ndortamente [=perseguitare ingiustamente]. Mica ero piquezze [=ingenuo] a parlare con il primo venuto.
  • Allora ammetti che le tue idee non sono cambiate ndutte [=affatto].
  • Eh no che non sono cambiate ma le idee non si vedono. Eccellenza, la vetrina là fuori, mostra quello che faccio con le mani. Le scarpe si vedono e si toccano. Ma la testa di un uomo non è una vetrina, voi non potete vedere quello che ho in testa. Del resto, come faccio a sapere che cosa avete voi in testa? Lo capisco forse, da quello che fate, oggi per oggi. Ma come faccio a sapere che cosa vi passava in testa tanti anni fa? Eh sarebbe azzardato! Io mi sento lo stesso di sempre, un uomo non si accorge se sta cambiando. Il cambiamento mica è subitaneo, quello sarebbe trasformismo, il cambiamento progressivo non si percepisce. Uno si sente sempre lo stesso eppure sta cambiando.
  • Parli bene, Genna’, sei un filosofo, non un ciabattino. Io l’ho sempre detto che se tu fossi andato alla scuola superiore e all’Università saresti diventato nu capedestezze [=un gerarca]. In altri terme, dici che quello che ti è successo è dovuto ad astio e malversazione?
  • Non posso dire perché l’hanno fatto, ma l’hanno fatto a torto, questo posso giurarlo.
  • Vabbè, Gennaro, il passato è passato, aggi combiatenza [=abbi la compiacenza, abbi pazienza], pensiamo al futuro. Tu lo sai che ho i piedi difficili, te la sentiresti di farmi un paio di stivali ma morbidi, adatti ai miei calli, su misura? Devono essere comodi, facili da calzare ed eleganti.
  • Certo, eccellenza che ne sono capace! Io faccio gli stivali, voi li provate e se non vi piacciono me li lasciate. E come li volete, neri?
  • Neri, neri naturalmente. Che vuoi mandarmi in giro con gli stivali rossi?

Gennaro avrebbe avuto una battuta pronta sulla punta della lingua ma era diventato prudente e la lasciò lì.

  • Di quanto tempo hai bisogno? – gli chiese ‘u capezzone [=l’autorità, il capo.
  • Dieci giorni, eccellenza, ho parecchio lavoro da fare e un paio di stivali sono impegnativi, voglio farli con cura.
  • Bene, bene, non ho fretta… hai bisogno di un anticipo?
  • Mi offendereste, la ditta Gennaro De Lucia sa distinguere un gentiluomo da nu vastase [=un maleducato]. Debesse [=può darsi] che non la pensiamo ndutte [=affatto] alla stessa maniera ma nei fatti umani siamo vicini.
  • Bene, sei il solito pizzuatore [=che fa battute, sfotte]! Sai, sono veramente contento che da Lipari sei tornato bene. Se dovessi parlare al mio amico, al duce, glielo direi di non mandare più la gente come te al confino, tornano più nziste [=gagliardi] di prima.

In ciò dire il gerarca rise, di un riso dominante, contagioso e scacamargiante [=che fa bravate, si vanta] dell’uomo che sa di essere forte e vuole ribadirlo con il profumo ammorbidente della magnanimità.

  • Una domanda voglio farti, – aggiunse mentre era già sulla soglia – perché non sei fascista? Tutti lo sono ormai. Rifletti e dammi una risposta… qualunque sia… Ti do la mia parola d’onore che non mi mberzellesce [=fa alterare].

Gennaro stette un po’ a riflettere prima di rispondere

  • Forse nemmeno lo so con certezza. E’ che non riesco a mentire né a prostituirmi per calcolo. Voglio essere libero di dire quello che penso.

Il gerarca non si scompose

  • Sei stato sincero e hai dètto più di quanto mi aspettassi. Arrivederci, fra dieci giorni voglio i miei stivali.

Mentre usciva entrò il postino e recapitò a Gennaro una cartolina.

  • E che cos’è?
  • Del distretto militare
  • E che ci ho a che fare io con il distretto militare?
  • E leggi, no? Sei stato richiamato!

Era vero! La classe di Gennaro doveva tornare sotto le armi. Sette giorni di tempo. E mo? e la bottega? e Lucia? e gli stivali di sua eccellenza? Classe novecentosette, trentadue anni e doveva tornare in caserma. Disertore se non si presentava, e il tribunale militare! Oddio!

Chiuse la bottega, non riusciva più a ragionare. Mise un cartello sulla porta “sospesa l’attività per richiamo alle armi. I signori clienti sono pregati di rivolgersi in v. della Libertà n 60. Troveranno il materiale in restituzione ”Poi inseguì verso casa il gerarca che l’aveva appena visitato per ordinargli gli stivali e, quando lo raggiunse, lo informò

  • Eccellenza, tre giorni in più per fare gli stivali! – mostrò la cartolina del distretto – sette giorni per andare sotto le armi e dieci per fare gli stivali. Non ce la facciamo.

‘U scazzapete [=lo schiacciasassi] guardò la cartolina, guardò Gennaro e non sapeva farsi capasce [=capace].

  • Tu, come gli altri segnalati politici, dovevate essere esclusi perché considerati inaffidabili. Qui, o c’è un errore o qualcuno ti ha voluto da’ la fregatura. Io no, di certo, altrimenti non venivo e chiederti di farmi gli stivali. Sarà un errore ma… oramai non si può fare più niente. Tu dovevi restare in quella bottega… pazienza. Fa’ il tuo dovere, niente di più, niente di meno, gli stivali me li farai quando tornerai
  • Se tornerò…

Quando andò a casa, Gennaro era sconvolto, mise sulla tavola la cartolina e disse, rivolto a Lucia:

  • Sai cos’è? Vuoi che te la legga?
  • No, ce la faccio da sola, è stampatello, ho capito, devi partire tra sette giorni. Cioè… io resterò di nuovo sola e… La tua bottega dovremo sgombrarla. Va be’, ci penserò io, ma è proprio destino… Hai visto Edoardo? Non può far niente?
  • No, me l’ha detto un gerarca, mio cliente, altrimenti avrebbe fatto qualcosa lui, conosce Mussolini, bisognava saperlo prima.

Il poveretto guardava la cartolina e la donna e vedeva il suo mondo venir giù come nu menterrone [=un mucchio] di laterizi scaricati a valle. Avevano rimandato il progetto di sposarsi perché Lucia voleva continuare a riscuotere la pensione per qualche mese ancora al fine di mettere da parte i soldi necessari per fare un matrimonio dignitoso.

  • Non abbiamo fretta – diceva – ci conviene, mi danno l’assegno finché sono vedova, dopo non mi darebbero più niente.

Ora tutto era svanito e lei sarebbe rimasta la vedova Terlizzi forse per sempre. Due giorni dopo la partenza di Gennaro, Edoardo andò a farle visita e si mostrò ottimista

  • Ci siamo salutati con Gennaro – disse entrando con fare gioioso – Speriamo che duri poco, io ho fiducia… molta… Si tratterà di qualche mese, poi tornerà, mi risulta che è un richiamo di addestramento. E poi… se anche dovesse esserci una guerra, sarà una guerra veloce. La Germania è ben armata ed è pressoché imbattibile.

Invece non furono pochi mesi, gli eventi storici precipitarono, i richiamati furono trattenuti e l’Italia entrò in guerra. Gennaro usufruì di una breve licenza durante la quale perfezionò l’atto di vendita della bottega a un altro calzolaio più fortunato e partì per Tripoli bel suol d’amore…

Non provava nessun entusiasmo per i combattimenti, sparare non era il suo mestiere ma forse perché segnalato politico o grazie alla sua abilità in altri mestieri pacifici, del genere artigianale comune, senza gevolezze [=favoritismo, spinte, aiuti, raccomandazioni], sfuggì le missioni difficili dove si doveva sparare e fu utilizzato perlopiù lì dove c’erano problemi di logistica. I suoi compagni, tutti convinti di vincere in terra, in cielo, in mare, lo guardavano con disprezzo quando si rendeva utile senza il fucile in mano. Lui le bombe le usava più volentieri a Zuara o ad Homs per pescare e arricchire di ottimo pesce la mensa degli ufficiali. Finché durante un’incursione aerea, una bomba intelligente si piantò miracolosamente nel terreno, tra le sue gambe, senza scoppiare. Il poveretto per lo choc perse ogni comunicazione sensoriale con il mondo, non parlava più, non sentiva e non vedeva nulla. Sul piano scaffuate [=crollato] della sua coscienza, come fosse una macchina da presa mbaduesciute [=rimbambita], era rimasta un’immagine ferma di luci e polveri che non si muovevano e non si diradavano più. Fu imbarcato su di una nave ospedale dove le crocerossine, specialmente na mbrestulone [=una chiacchierona, contafrottole] mascolina e un’altra trechiangodde [=persona piccola] energica ma dolce di cuore, convinte che fosse stato miracolato dalla madonna di Pompei, che, pare avesse fatto altre cose simili, gli misero la medaglietta al collo e lo coccolarono durante tutta la traversata, come fosse un infante. Lo accarezzavano, lo rassicuravano quando c’era pericolo “qui siamo al sicuro, questa nave per convenzione internazionale non può essere attaccata”, lo pulivano, lo imboccavano, gli tenevano la mano. Insomma, se la sarebbe spassata se fosse stato in possesso delle sue facoltà mentali, ma in ogni modo, fosse il trattamento umano, fosse l’aria di casa che cominciava a sentirsi, dette qualche segno di ritorno alla vita. A Palermo, dove fu sbarcato, arrivò in ospedale con lu lestore [=il luccichio] del miracolato della Madonna di Pompei e fu preso sotto la protezione delle suore e quindi anche dei medici che dal loro punto di vista avevano fretta di rispedirlo indietro al fronte e fecero di tutto per farlo tornare in sé. Alla fine per completare la cura, gli fu concessa una breve licenza di convalescenza che lo avrebbe aiutato a riprendersi del tutto dal miracolo subito. E da quel momento la medaglietta della Madonna non se la tolse più visto che gli portava così tanta fortuna.