Il flauto e il capitale

Capitolo XII


Quando giunse alla casa di Lucia, bussò a lungo perché non aveva avuto modo di avvertire, alla fine venne ad aprirgli mezzo addormentato, l’ultimo dei figli che era ormai un ragazzo di circa dieci anni, lo guardò nzeruate [=rattrappito], come se fosse stato distolto da un impegno importante e lo informò

  • La mamma non c’è, vieni, tornerà tra poco.

Gennaro tentò di accarezzarlo ma vide che lo metteva in imbarazzo e ritirò la mano

  • Vedo che sei cresciuto, e i tuoi fratelli?
  • Vito e Ninuccio sono andati anche loro in collegio per diventare radio-telegrafisti e Rafeluccio, beh… quello è andato via… in un campo di addestramento in Germania ma… ci ha scritto… una sola volta veramente, poche cose e basta.
  • Ho capito, sta tra quelli che sono partiti con i vagoni piombati
  • Vi è stata una grande festa quando è partito, tutti i capedestezze [=gerarchi] erano alla stazione, c’erano anche i tedeschi, c’erano le fanfare della milizia, il federale ha salutato i vagoni con il braccio alzato gridando “Viva Mussolini, viva il Reich, viva l’Italia”.

Gennaro era gelato.

  • Speriamo che torni, tuo fratello – riuscì a dire.
  • Perché?
  • Perché da quei campi se si torna, si torna male
  • Ma che dici? I tedeschi dovrebbero fare del male ai fascisti italiani?
  • Spero che tu non debba conoscerli quelli; la cattiveria è nella natura umana ma quella dei tedeschi è quagghiature [=quagliatura dei latticini] del cervello, senzorrie [=sensibilità’, coscienza] strutturata di comportamento.
  • Allora? mio fratello?
  • Quando tornerà, se mai tornerà, non sarà più un uomo ma una cosa… nu sopatacche [=un tacco di gomma]… nu spontapete [=un ferretto fermaporta].

In quel momento entrò Lucia, curata, elegante, allineata nella silhouette, ai modelli dei figurini femminili di moda, con strati densi di cipria che colmavano ogni solco, ogni imperfezione del viso. Lo abbracciò premurosa ma distante, come se gli stesse concedendo qualcosa. E mentre gli offriva la guancia per un bacio, fu inondato del suo profumo esotico che stava dolcemente stagnante nell’aria.

  • Genna’ ti trovo ingrassato – gli disse lanciandogli un’occhiata addormentata tra le ciglia irrigidite dal rimmel
  • Sì, so’ state le monache che m’hanno abbefecchiate [=gonfiato]
  • Te la fai con le monache adesso?
  • Mi conviene, mi trattano come un Padreterno, mi hanno fatto devoto alla Madonna di Pompei.

Lucia era affettuosa ma affettata e se ne stava distante come se qualcosa si fosse schesute [=scucita] tra di loro, accettava con condiscendente disinvoltura l’intimità, ma gli sbarrò subito la strada appena azzardò qualche ingerenza negli affari personali di famiglia. Lo considerava quasi un estraneo! Gennaro ebbe modo di capirlo quando cercò di parlare della gestione dei ragazzi.

  • Ho sentito che Rafeluccio è andato in Germania e che Vito e Ninuccio sono andati in collegio, come mai? Prima eri contraria e proprio ora che diventa pericoloso hai cambiato idea?
  • E perché non avrebbero dovuto? Rafeluccio ha fatto una scelta personale e gli altri due visto che il fratello si era trovato bene in quell’istituto hanno voluto seguire la sua strada. Mica posso starci appresso io! Tu sei rimasto indietro con la vita, quelli non so’ chiù pettuloni [sono più bambini pettoloni], so’ grandi, devono camminare con le gambe loro, si devono fa’ nu futuro vero, no come a me che a quell’età ero già morta… come donna, voglio dire, prima di diventarlo veramente… Avevo solo il tempo di partorire e di allattare e di piangere per voi… per gli uomini. Che altro vorresti che facessi?

C’era una nota di rimprovero in quello che Lucia aveva detto circa gli uomini in genere che andava a rescegghia’ [=disturbare] il ricordo di Domenico e l’idea idilliaca della sua famigliola che Gennaro custodiva gelosamente nella testa da tanti anni. Si senti’ ferito intimamente e non riuscì a far altro che arretrare in sé stesso troncando ogni comunicazione con quella donna strana che aveva sostituito la fidanzata lasciata con dolore quando era partito in guerra. Era un uomo di pace e non voleva scontri, meno che mai con coloro che amava.

  • Niente Luci’, non volevo farti un appunto, qui abbiamo tutti i nostri problemi e – ritenne prudente cambiar discorso – e Edoardo?
  • E’ sempre più na saraga grossa [=una grossa sarda], vole restruscere [=vuole struggere] il mondo, porta pugnale e mitra e le donne gli vanno dietro che fascene vemequa’ [=fanno vomitare]. Comprano favori per mariti, fratelli e figli.

La donna era così alterata nel dire quelle cose, che Gennaro capì di aver toccato un altro tasto sbagliato e tagliò corto

  • Vabbè, ma a te che te ne ‘mporta? Cercherò di vederlo, speriamo che lo trovo, non ho molto tempo.
  • Mo tiene la fabbrica, non lo sai? forse a casa non lo trovi

Invece lo trovò e dopo i convenevoli, il cognac, il caffè, la sigaretta, andarono a vedere la fabbrica di calzature aperta già da un anno.

Gennaro fu subito preso dalla curiosità del mestiere ed osservava eccitato le macchine e i moderni sistemi di lavorazione. Volle anche vedere il materiale e lì cominciò ad esercitare tutte le sue critiche da competente.

  • Eddò, questa non è pelle ben conciata… queste suole non sono buone per scarpe da soldato, so’ buone per le scarpine da passeggio… tutt’al più
  • Ah non comincia’ co ‘sti trascurse [=discorsi], non te spannecchia’ [=non ti allargare] troppo con la tua sapienza. Ti avevo proposto di entrare nell’affare e non ci sei voluto entrare, mo statte citte [=adesso stai zitto]. Una fabbrica non è nu spassatiembe [=un passatempo], una cosa è una bottega e una cosa è una fabbrica.
  • Senti – continuò imperturbabile l’amico – non fa ‘u miskapiske [=il confusionario], queste scarpe che fai non durano ai piedi dei soldati. Quanto ti dànno?

Edoardo era un po’ reticente al riguardo ma alla fine sputò.

  • Quaranta per gli stivaletti e sessanta per gli scarponi.
  • Ne valgono sì e no venti e trenta
  • Sì ma io ne fabbrico diecimila al mese
  • Centomila di guadagno al mese, un milione e mezzo all’anno e non te ne frega niente se poi si sfasciano e i soldati vanno all’assalto con le scarpe sfunnate [=sfondate]. Prima eri skeniedde [=sfaticato], mo si’ nu serare [=un usuraio]
  • C’è un collaudo regolare
  • E chi lo fa? e quanto ti costa?
  • Non ne parliamo più, Genna’, non ci intendiamo. Un’industria deve fronteggiare la concorrenza interna e se gli altri abbassano i prezzi, lo devi fare anche tu e intanto… hai bisogno di accantonare margini di guadagno per fare gli investimenti. E l’obsolescenza delle apparecchiature, e le ricerche? Per mantenerti al passo con le innovazioni altrimenti… Mettiti in testa che se la fabbrica chiude, il guaio non è di chi ha in mano la cassa, sono gli operai che finiscono tutti sul lastrico.
  • Ho capito Eddò, prima razziavi per te, mo lo fai per la società, prima eri fascista, mo sei industriale. Non ho capito se era meglio prima o è sempre lo stesso.

L’altro per nulla turbato, pensando di aver guadagnato vantaggio con il discorso di prima, continuò a farneticare con il clamore montante di una mareggiata.

  • Vedrai, ben presto mi affideranno altre forniture di cuoio, cinturini, giberne, corregge di ogni tipo, un affare enorme ogni mese, assumerò tanta gente e questa fabbrica crescerà, crescerà…
  • Come ‘nu skattabbuotte [=botto determinato da scoppio], – disse l’amico per smontarlo – ma tu pensi sempre a fernequa’ [=pensare a far male]? Pienze a pezzua’ [=pensa a fare l’amore]
  • Ci penso, ci penso

Edoardo rise e ne approfittò per cambiare discorso

  • L’hai vista Lucia?
  • Sì, perché? – Gennaro era diventato improvvisamente sospettoso temendo qualche rivelazione sgradita dopo lo screzio avuto con la donna all’arrivo, e si preparò a un chiarimento.
  • Niente, l’ho chiesto perché da tempo non frequento più la sua casa.
  • Ah, ma i figli? continui a vederli?
  • Sì, vengono sempre a trovarmi quando sono qui
  • Gennaro aveva capito e saltò ogni circonlocuzione
  • Sì, non me lo devi dire, è cambiata ma dal suo punto di vista ha ragione. Era ‘na ragazzina quando ha cominciato a fa’ figli, non è mai stata padrona di niente. Aveva bisogno di crescere ancora quando ha dovuto crescere quelli più piccoli di lei.
  • L’aveva voluto lei e del resto non aveva nessuno al mondo
  • Appunto, lì non ha scelto niente nessuno, eravamo tutti giovanissimi e soli e ci siamo fatti compagnia
  • Sì, ho capito però quella non è la persona che conoscevo, io conoscevo la moglie di Domenico, questa non so chi è e non mi va di darci lu ndrattiene [=la chiacchiera]. Del resto mi ero accorto che nemmeno lei mi vedeva più come l’amico di un tempo e non mi piacevano tutte le chiacchiere che si facevano sul suo conto, con la casa piena di pensionanti, io penso che i figli si sentissero straniati in quella situazione, perciò Rafeluccio se n’è andato e gli altri due hanno preferito il collegio. E io ho preferito allontanarmi per non dare adito ad ulteriori pettegolezzi.

L’altro non rispose. Era l’ora della fine del turno diurno e insieme si portarono al cancello di uscita dal quale cominciarono a sfilare uomini soprattutto anziani e molte ragazze che costituivano le maestranze della fabbrica. Due ragazze, sui vent’anni, una bella e formosa e l’altra piccola, il viso olivastro macchiato dal rosso delle labbra, uscendo, fecero un cenno con la mano ad Edoardo che rispose familiarmente e puntualizzo’

  • Vedi quella? quella checchemedde [=bocciolo di rosa]? è la figlia di un ex-socialista, forse lo conosci… Ferri… sono in parecchi in casa e lui non lavora, non riescono a tirare la carretta, perciò lavora la ragazza per aiutare la famiglia. La madre cuce in casa ma non basta.

Gennaro li ricordava, ricordava il padre e anche la giovane quando era bambina, con le trecce e i colletti bianchi di picchè

  • E l’altra? – chiese incuriosito – la conosco?
  • Credo di no, è figlia di un milite richiamato, pure loro non se la cavano bene.
  • Vedo che sei stato di parola, non hai guardato il curriculum politico.
  • Mi sembra una cosa ragionevole…pure per me.
  • L’ho capito, soprattutto per te – Il ciabattino non rinunziava alla pizzuate [=ironia]

Parlando erano usciti dalla fabbrica ed Edoardo si diresse verso la sua automobile ferma a pochi passi dall’ingresso

  • Vieni – disse prendendo l’amico per il braccio – ti faccio vedere come fila la mia Balilla, vedrai…
  • Ma la benzina non è razionata? – chiese Gennaro facendo ‘u malpione [=il furbone] – pensavo che le automobili fossero state requisite.
  • Sì ma io lavoro per l’esercito e la mia industria è considerata bellica. Perciò ho il permesso.

Mentre parlava Edoardo si era accomodato sul sedile posteriore facendo cenno all’amico di sederglisi accanto.

  • Ma non c’è l’autista? – quello chiese vedendo che il posto di guida restava vuoto.
  • C’è il milite, lo vedrai apparire da qualche parte

Infatti l’uomo, in divisa, alto e corpulento arrivò cannescianne [=barcollando], salutò romanamente e sedette al posto di guida.

  • Eddo’ – fece Gennaro divenuto improvvisamente triste e sentimentale – tu ci pensi ai tempi in cui eravamo morti di fame?
  • Molto spesso, se lo vuoi sapere.
  • E non ti fanno effetto quei ricordi?
  • Mi fanno sorridere. E dire che sarebbe bastato andare in Africa orientale, come feci poi per la Spagna e non avrei vissuto in quel modo quando rimasi solo. Ma forse quella vita mi piaceva, fu una parentesi di disimpegno e d’irresponsabilità, e la nostra amicizia si rinsaldò in quel periodo. Ci eravamo persi di vista e tornammo bambini, eravamo skescetate [=spensierati] e anche ignavi, eravamo la massa che aspetta il sovrano, il duce, uno che si prenda la responsabilità per tutti. Ci credevamo…

L’altro avrebbe avuto molte cose da dire ma il discorso era lungo ed intanto erano arrivati alla casa di Lucia, l’autista aprì lo sportello ed Edoardo gli fece cenno di scendere. Il milite richiuse e si rimise alla guida.

  • Ciao Genna’, in bocca al lupo, prima o poi ritorni – Edoardo gridò dal finestrino mentre la macchina si allontanava.

Quando partì dalla stazione di Bari, Gennaro si sentiva come ‘na zzola vacanda [=una brocca di creta vuota], non aveva più legami con il proprio passato e quindi nemmeno con la terra che stava lasciando, senza nessuno ad aspettarlo era certo che non sarebbe più tornato e, la fronte premuta sul vetro del finestrino, cercò di afferrare con lo sguardo fino all’ultima macchia bianca dell’ultima casa del paese che si allontanava. Scoppiò a piangere e con la guancia bagnata strofinava il vetro per raggricchiarsi e sfogarsi mentre la corsa del treno gli portava via le cose più care della gioventù.