Il flauto e il capitale

Capitolo XIII


L’imbarco doveva avvenire dal porto di Spezia, Gennaro raggiunse quella città ma dopo tre giorni venne l’ordine di spostarsi a Napoli. Sarebbero partiti su una grande nave anziché con una piccola imbarcazione come all’inizio si sapeva ma alla fine gli fu comunicato che quella nave che avrebbe dovuto imbarcare anche una gran quantità di materiale, non si sapeva se sarebbe partita. Gennaro rimase a terra in attesa di ulteriori disposizioni e dopo qualche giorno, fu mandato in Sicilia. In realtà la situazione era cambiata, dall’Africa si stava scappando e si stavano costituendo unità di difesa dell’isola che si pensava fosse esposta a un pericolo di sbarco da parte delle truppe alleate. Le cose si mettevano male per gli italiani e Gennaro non partì più né per l’Africa né per altri fronti ma cominciò a vagare per l’Italia. Infatti dopo un po’, dalla Sicilia fu spostato nel Lazio e poi nelle Marche e dovunque andasse, trovava nelle caserme un’aria decisamente cambiata. Prima tutti cantavano “Vincere” ora si incontravano reduci di tutti i fronti che fercenevene [=sparlavano].

Pochi erano ancora convinti della vittoria e nessuno voleva più obbedire e combattere. E quelli che sapevano come Gennaro la pensasse, attaccavano trascursega [=discorso] per sfogarsi.

  • Ormai siamo soldati di secondo rango nei confronti dei tedeschi e poi, la guerra è persa pure per loro.
  • Sono quelli… i fascisti che s’illudono ancora di poter fermare gli alleati… e i russi! E stanno freschi!
  • Prima o poi il fascismo crolla… se ‘sta guerra non la vincono chissà come finiscono.

Nel sentire quei discorsi, così all’andrasatte [=improvviso] , dall’oggi al domani, Gennaro era spaventato

  • Quando crollano gli edifici – diceva – poveri quelli che restano sotto le macerie, e mica ci resteranno solo i fascisti, ci resterà soprattutto la povera gente
  • Proprio tu parli così? Tu che dici di essere stato perseguitato perché antifascista? – gli rinfacciava qualche spezzuatore de tembramende [=qualcuno con una inclinazione caratteriale a prendere in giro]
  • Il fatto è che io penso che l’avversario politico dovevamo eliminarlo noi, non aspettare che venissero gli altri da fuori, rischiamo di diventare un paese di mììnze cappììdde e alleccamusse [=uomini di poco valore, leccapiedi]
  • Ma che lingua parli? – spesso gli chiedevano e lui imperturbabile rispondeva
  • Io parlo una lingua affine al tedesco. Siete voi che parlate il giargianese [=lingua astrusa e incomprensibile].
  • Pensi sempre a scherzare. Ma tu personalmente, che ne faresti di Mussolini?

Gennaro li guardava e non poteva fare a meno di pensare che quelli che aveva di fronte forse erano stati tutti fascisti e tutti entusiasti finché le cose erano andate bene e non si teneva dal dirlo con franchezza

  • Io scommetto che voi eravate tutti iscritti al partito
  • Per forza – qualcuno cercava di scusarsi – altrimenti mica campavi
  • Beh, io ho campato, male ma ho campato. La gente come voi è l’eterna ruffiana di qualsiasi borghesia, di qualsiasi regime la borghesia s’inventi, prima era il fascismo, poi chi lo sa, ma voi sarete sempre lì pronti a sostenerli i vostri padroni e ad abbandonarli quando non vi farà più comodo.
  • Ma tu cambi discorso, non fare il furbo, rispondi, che ne faresti di Mussolini?
  • Io lo farei scappare in Spagna o in America latina. O si puniscono tutti quelli che l’hanno sostenuto o niente. Non è stato l’unico responsabile. Lui era l’emblema ma il fascismo non era lui. A voi fa comodo dire così perché lo sapete che i fascisti più deleteri siete stati voi. Ha fatto comodo a tutti, al re, agli agrari, agli industriali, ai militari, alla classe media, alla piccola borghesia che più piccola è e più ottusa è ed è la più pericolosa, fa massa ed è sempre pronta a ergere muri contro le novità perché odia chi ha idee ed è anticonformista. Ora tutti cambieranno bandiera, statene certi, nessuno sarà più fascista.
  • Genna’, vai a vedere che sei tu mo’ a diventa’ fascista fuori tempo.

Gennaro non rideva più di gusto come una volta ma quella frase lo aveva messo di buon umore

  • Io so’ stato al confino per le testimonianze di gente che la pensava come voi, adesso che Mussolini è in difficoltà, mi dite che sono fascista? Politicamente voi vi calerete le brache col prossimo che arriva e arriverà… arriverà. Anche se Radio Londra dice che la guerra è contro il fascismo, vedrete che poi al potere ci metteranno gli stessi di prima e voi starete a battere le mani in piazza.
  • Io – diceva Armando, uno dei più agitati – ti faccio una proposta, scappiamo, disertiamo insieme così vediamo se hai coraggio veramente.
  • Pe’ fa’ che cosa?
  • Andiamocene sulle montagne.
  • Arma’, io pure ci verrei ma ci vuole una rete di appoggi esterni, bisogna sapere a chi rivolgersi, conoscere chi è già organizzato e collegato ai gruppi simpatizzanti. A noi due, da soli, ci pescano dopo tre ore e ci fucilano. E torniamo a casa a pììte cucchìe [=piedi uniti] .
  • Io sono del posto, conosco qualcuno e sento in giro che c’è gente che vuole organizzarsi per combattere i fascisti.
  • Ancora a combattere? Io mi sono stufato di fare il guerriero. Se devo fare il fuggiasco per sparare, no, non me la sento.
  • E che vorresti fare? Mica possiamo fare la pace separata per fare contento a te. Se dobbiamo proprio sparare, almeno spariamo ai fascisti
  • Sì, forse mi farebbe pure piacere ma è che non voglio proprio sparare nessuno. Se riesco a scappare, me ne vado sui monti da solo, con gli alberi, le pecore… voglio dormire a calandredde sotto a nu ceppone [=durante il primo pomeriggio estivo sotto una vite], e tornare a guerra finita.
  • Ma che razza di antifascista sei se non vuoi combattere contro i fascisti?
  • Io la penso così, che le idee si combattono con le idee, i regimi con il rifiuto a servirli, se nessuno si rendesse complice di ‘sti stronzi, non andrebbero lontano. Io so che la maggioranza della gente si è messa la camicia nera per quieto vivere e per far carriera. Ora il fascismo è già morto, non c’è bisogno di continuare a sparare e tutto quello che gli italiani faranno, non tornerà a favore del popolo, ma dei nemici del popolo. Alla fine, noi ci ammazzeremo e ci faremo ammazzare e i soliti furbi se ne avvantaggeranno. Non saranno più i fascisti, saranno zangaredde rosse [=qualcosa di nuovo] ma saranno sempre loro, sempre gli stessi a gallia’ [=spadroneggiare]. Io, se riesco a scappare, vado in montagna ma per allevare le pecore.

Anche se avevano opinioni diverse su cosa fare sulle montagne, Gennaro ed Armando erano diventati inseparabili. Qualche sera, quando non c’erano allarmi, uscivano insieme e mangiavano qualche cosa in trattoria anche se le trattorie erano frequentate soprattutto da tedeschi e donnine che li rimorchiavano per compiacerli e guadagnare. Qualche bersagliere a volte cercava di attaccar briga per fedeltà allo spirito dell’arma. Gennaro era prudente e se vedeva cambiare il tempo, tirava via l’amico dicendo

  • Andiamocene, figurati, col mio passato, trovarmi in una rissa del genere… finirei processato.

Spesso tirava fuori il flauto e invitava tutti a cantare rasserenando gli animi. Una sera tre di quegli attaccabrighe provocarono un oste che si sbracciava a servire un tavolo occupato da quattro tedeschi e due donnine. Prima lo chiamarono ad alta voce dicendo di aver fretta e poi, visto che non se ne dava per inteso, il più giovane di loro si alzò per affrontarlo.

  • Ehi, tu – si mise a sbraitare – è un’ora che chiamiamo, vogliamo mangiare qualcosa anche noi.

L’oste l’aveva presa male, si sentiva provocato e rispose con altrettanta arroganza.

  • Aspettate, se volete, altrimenti potete andare da un’altra parte.
  • Che modo di parlare – il giovane l’interruppe con calore – Vuoi passare un guaio? Vieni subito a servirci.

L’oste non gli rispose e si allontanò piantandolo lì per tornare in cucina da dove uscì subito dopo con i piatti destinati ai tedeschi. Il bersagliere allora, gli si parò davanti e gli tolse di mano i piatti per portarseli al proprio tavolo.

  • Ci serviamo da soli, va bene? – urlò verso l’oste – e non ti pagheremo

I tedeschi che avevano osservato immobili la scena, a questo punto reagirono e un caporale si alzò e disse all’oste

  • Nostra minestra?
  • L’uomo spaurito fece cenno verso il tavolo degli italiani.
  • Andare subito a prendere e portare noi! – fu la reazione imperiosa del caporale, ma l’oste fece di no con la testa – Andateci voi – aggiunse – io non voglio più averci a che fare.
  • Prendere subito nostri piatti – il tedesco impuntato alzò il tono e questa volta il poveretto allineato dalla paura, si avvicinò ai bersaglieri.
  • Ridate quei piatti ai camerati tedeschi – cominciò a pregarli – qui passiamo un brutto guaio tutti.
  • Nemmeno per idea – gli rispose il più anziano del gruppo che era anche il più conformato e aveva una voce di tuono ravvicinato – se li vogliono vengano a prenderseli.

L’oste replicò rassegnato – Se succede qualche cosa stasera, vi faccio passare un brutto momento

  • Hai fatto male prima ad ignorarci

Uno dei tedeschi si era alzato ed era andato al tavolo degli italiani e subito Gennaro, tirato fuori il flauto, aveva scritto alcune parole su di un pezzo di carta e lo aveva dàto ai suoi compagni

  • Leggete e state pronti, quando io comincio a suonare, cantate
  • Ma che cos’è? non si capisce niente!
  • Ve l’ho già dètto tante volte, la mia lingua è affine al germanico, vedrete che quelli capiscono.

Il tedesco nel frattempo aveva intimato con la solita assertività

  • Dare subito nostro piatto.

E non avendo ricevuto risposta, aveva afferrato il braccio di un italiano per fermarlo mentre tentava platealmente di affondare il cucchiaio nella minestra. Il bersagliere gli tolse la mano dal braccio e scattò in piedi

  • Se vuoi mangiare devi servirti da solo! – disse mentre il teutonico, furibondo, strillava – No! Tu dare questa minestra!

E stava ancora sbraitando quando, uno spintone lo mandò a finire quasi con la faccia nel piatto.

  • Eccoti servito, mangia! – si sentì gridare mentre tutto il gruppo dei tedeschi si precipitava addosso agli italiani con le armi in pugno.

Allora da un angolo del locale un suono dolce come allusiva rivelazione di qualcosa di forte e struggente, si levò con tristezza infinita, dapprima fu accennato e solitario, con la sola voce del flauto e poi, si dispiego’ apertamente accompagnato da voci umane che via via s’ingrossavano. Era un arco di note malinconiche che si levava e poi scendeva e s’arrestava per rifluire e spegnersi con un ritmo di marcia. Tutti si erano fermati e dopo un attimo di meraviglia e di attesa, si unirono al coro, ciascuno nella propria lingua.

Falc’e martììdde, nu sciame a la rescosse, ìì marce sotte a la pannera rosse.
Le muerte nuoste ca vu avite skamazzate
marcene tutte quanne azzicc’ a me.

(Falce e martello, noi andiamo alla riscossa, io marcio sotto la bandiera rossa.
I nostri morti che voi avete macellato
marciano tutti quanti insieme a me)
Fore de la caserme, fore d’ lu pertone
steva ‘na lanterne ca ste ancore daffore.
Da nu vulime a ce vede’ fore du pertone, sotte u lampione.
Da nanze, Lili Marlène,
da nanze, Lili Marlène

(Fuori dalla caserma, fuori dal portone
stava una lanterna che sta ancora fuori.
La’ noi vogliamo vederci fuori dal portone, sotto il lampione.
La’ davanti, Lili Marlène,
La’ davanti, Lili Marlène)