Capitolo XIV
Il suono del flauto aveva fermato la collera dei tedeschi ma non quella degli alleati che colpivano le città sempre più rabbiosamente e durante un bombardamento Gennaro fu sepolto insieme al suo strumento sotto le macerie della caserma. Lui fu dissepolto con una gamba a pezzi ma il flauto andò perso per sempre. Il poveretto aveva una brutta frattura scomposta all’arto sinistro ed era mezzo soffocato dalla polvere. Lo operarono, ebbe parecchie crisi giacché i suoi polmoni sembravano compromessi e si convinse che, nonostante la medaglietta della Madonna di Pompei, dall’ospedale non sarebbe più uscito vivo. Vedeva sempre un bagliore lontano, in fondo a un filare di alberi alti e severi che gettavano ombre nere allungate verso di lui e sentiva un respiro ansante di lupi che lo spingevano verso quelle luci. Forse era anche la sistemazione del suo lettino, addossato ad un angolo della parete accanto a un altro malato operato col quale era impossibile comunicare, ad intristirlo, ma era mortalmente depresso. Il suo compagno di sventura era uno dei pochi fascisti ancora rimasti, un marinaio schenecchiate [=rotto, sbreccato, piegato sulle ginocchia] di mente che dopo tre naufragi e due gambe rotte, aspettava la guarigione per tornare a combattere. Per il Duce e per il Re. Alalà! Gennaro non sapeva se ammirarlo o compatirlo o detestarlo e, avendo perso l’umore polemico di un tempo, mentre lo sentiva sproloquiare come un fantasma del passato, si lasciava scivolare con sollievo nell’oblio di uno stato crepuscolare che sembrava l’anticamera della morte.
Armando veniva spesso a trovarlo e lo aggiornava sui fatti della guerra in corso. Seppe della caduta di Mussolini, del governo Badoglio e del caos che regnava tra gli italiani. L’amico era più che mai deciso a farla finita con l’ esercito e aspettava la sua guarigione per realizzare insieme la fuga. Diceva di conoscere gente disposta ad aiutarlo, pure crammatine [=domani mattina] ad imboscarsi. E alla fine nonostante le oscure premonizioni, il ciabattino-guerriero fu dimesso ancora vivo.
Alla visita, dopo la rimozione del gesso, gli fu comunque riconosciuto un accorciamento dell’arto sinistro di circa due centimetri. Era zoppo e fu mandato a casa ma prima gli fu fatta una proposta. Se accettava poteva continuare a fare il soldato. Avrebbe dovuto chiedere, attraverso regolare domanda, di essere inviato ai servizi di retroguardia oppure alle batterie contraeree. E per questo avrebbe dovuto firmare un foglio che gli venne messo davanti.
- No, no, voglio tornare a casa, a fare il mio mestiere. Meglio scarparo che guerriero – rispose senza pensarci su nemmeno un minuto.
- Vuoi dire che rinunci ad essere un combattente?
- Io non rinunzio a niente perché non sono mai stato un combattente. Prima lo dovevo fare per forza, altrimenti mi avreste fucilato, adesso posso dirvi di no e non potete farmi niente.
Mentre parlava, Gennaro si sentiva di nuovo ‘na facidde [=una scintilla], capiva di essere salvo, di essere veramente guarito e di avere la forza sufficiente per affrontare le magesterrie [=complicazioni] che la vita preparava per lui e si irrigidì.
- Ti vuoi imboscare? – l’ufficiale che aveva di fronte era una specie di varvarase [=orco che spaventa i bambini] alto, imponente e impomatato che guardava il mondo con gli occhiali scuriti dalla mistica fascista. Ma Gennaro già sternazzeva [=batteva le ali] deciso ad andar via.
- Macché imboscare, anche facendo il mio mestiere mi rendo utile alla società
- A te mancano due centimetri di gamba e mezzo chilo di fegato… e di cervello
- Mi rimane lo scheletro da portare a casa e forse qualche altra cosa.
- La Patria ha bisogno di soldati ora più che mai – l’ufficiale ngreduesceva [=diventava più duro] – dopo il tradimento del re e dei generali disfattisti, bisogna ricostituire l’esercito – strepitava
- Non con me però. Ci sono ancora giovani pieni di entusiasmo, pochi ma ce ne stanno. Io sto fuori di casa dal ’39, mi pare che basti
- Non sei obbligato a firmare, soldato De Lucia, io faccio appello al tuo sentimento patriottico.
- Ci vogliono i requisiti fisici e io non ce li ho più
Il dialogo con l’esercito finì lì. Però gli abiti civili li aveva tutti persi insieme al flauto e lasciò l’ospedale con la roba militare addosso. Armando lo aspettava lampesciando [=lampeggiando] di gioia e con uno zaino pieno di beni preziosi di prima necessità, in spalla. Il resto l’aveva perso anche lui negli ultimi bombardamenti.
- Ho deciso – gli annunziò – approfitto del caos che c’è e me ne vado anch’io. Temo che i tedeschi reagiscano e reagiscano male. Dobbiamo andar via subito e in abiti civili. Così combinati non possiamo andare in giro, potremmo fare cattivi incontri prima o poi. Io ho conoscenze nella zona, alcuni amici potrebbero procurarci dei vestiti civili e, se ne avrò bisogno, potrebbero anche aiutarmi a nascondermi. Tu, se vuoi puoi tornare al tuo paese, lì forse troverai già gli alleati, e chi lo sa? Potrebbero farti prigioniero anche loro, non c’è niente di chiaro, ma comunque gli abiti civili ci vogliono.
- E dove li trovi?
- Vedi? – mostrò lo zaino – è pieno di scatolette di carne, sigarette, cioccolata tedesca, medicinali e caffè che ho messo insieme giorno per giorno per questa eventualità. La gente da cui ti porto la conosco da tempo, è gente quasi di famiglia ma in un momento come questo bisogna sdebitarsi in qualche modo.
Armando si avviò a passo svelto e ogni tanto si voltava ad aspettare Gennaro che zoppicando arrancava con ‘u salmizze [l’affanno]. Attraversarono mezzo paese prima di uscire foravì [=fuori mano] e lì preferirono lasciare la strada buttandosi per i campi per essere certi di non far cattivi incontri.
- E’ più sicuro così – disse Armando – qui nessuno si accorgerà del nostro passaggio, mi dispiace per la tua gamba ma non possiamo fare altrimenti.
Per Gennaro era un vero supplizio camminare nella terra rivoltata dal passaggio degli aratri, con l’arto discegnate [=scombinato] che gli procurava tagghinesciate [=attanagliature] di crampi ed azzeppate [=lo azzoppavano]. Strinse i denti e dopo un’oretta di tormento, arrivarono in vista di una costruzione rurale piuttosto signorile ed Armando cominciò a chiamare:
- Alberto, Vanni, Maria!
Apparve un uomo anziano che salutò familiarmente
- Arma’, t’hanno liberato pure a te? Ormai tutti liberi!
- Macché, non mi hanno mica congedato, mi sto congedando da solo.
- Ah e che volete?
- Facciamo un baratto, vedi, noi abbiamo cose che possono servirvi, e voi ci date qualche vestito che non vi serve più. Questi ve li lasciamo qua e li bruciate. Guardate e dite cosa volete.
- Arma’, tu lo sai che da te non voglio niente, solo non vorrei finire nei guai. – il vecchio s’era fatto preoccupato e sospettoso
- No, che guaio? Nessuno lo saprà che siamo stati qua e poi, il mio compagno è congedato regolarmente perché è invalido, vorrebbe un abito borghese perché ha perso tutta la roba in un bombardamento e non vuole andare in giro così, è pericoloso girare in abiti militari
Il vecchio si avvicinò allo zaino e vi guardò dentro.
- Dammi un po’ di caffè, sigarette e questi medicinali qui, – disse, poi urlò verso la casa – Alberto!
Uscì un giovane che li accompagnò dentro e dètte loro degli indumenti malridotti che non andavano a pennello ma servivano ad acchemegghialle chiù argimendate [=coprirli in maniera migliore, più ordinata] per affrontare il viaggio di ritorno a casa. Il vecchio che aveva scelto qualche pacchetto di sigarette, un barattolo di caffè e parecchi medicinali, s’informò
- Dove siete diretti?
- Io cercherò di arrivare a piedi a casa o con mezzi di fortuna, lì troveranno il modo di nascondermi, me l’hanno detto più volte. Il mio amico ha problemi con la gamba sinistra ma spera di trovare un treno per andare al suo paese, al sud.
- Al sud? Non so se è meglio o peggio, non si capisce granché della situazione attuale e comunque trovare un treno… i pochi che partono sono requisiti dai militari, questo sappiamo noi… E… – guardò la gamba offesa di Gennaro con apprensione – e comunque così, con quel problema… la ferrovia è lontana. Non so se riuscirà a proseguire.
A quel punto intervenne il figlio, un ragazzone abbronzato e ricciuto che sembrava intraprendente – Io ho la bicicletta, se riesce a sistemarsi sulla canna, lo porto fino a lì. Tanto non ha bagaglio oltre quel sacchettino.
- Non vorrei esservi di peso
- Lo faccio volentieri, sei un amico di Armando e Armando è amico mio.
La logica filava e anche o ‘menze [=il mezzo] filava abbastanza speditamente, così mezz’ora dopo, Gennaro asserpolato, o meglio arregnàte [=raggomitolato], come un uccello sul trespolo, raggiunse la stazione dove arrivavano più aerei e bombe che treni. Si sdraiò su di una panchina scheffuata [=crollata], totalmente distrutto nel corpo e un po’ anche nello spirito, e si mise ad aspettare deciso a non muoversi di lì neppure sotto una gragnuola di fuoco. Aspettò forse un paio d’ore finché il timido ma affilato fischio di un treno, accompagnato da uno sbuffo di vapore, come un segnale, fece spuntare tutto attorno, un popolo di disperati che se ne stavano nascosti nei fossati e tra le macerie delle costruzioni un tempo sistemate accanto ai binari. Una locomotiva con pochi vagoni s’accostò lentamente alla banchina già invasa di gente che si agitava litigiosamente. Le due uniche carrozze per viaggiatori furono letteralmente espugnate occupate fin sui gradini e sugli imperiali. Gennaro cercava di lottare senza speranza per infilarsi in quella mareggiata viva di carni, pacchi e stracci, quando qualcuno gridò – Dietro! c’è un carro bestiame! – e subito quelli rimasti sulla banchina si precipitarono verso la coda del convoglio. Gennaro fece uno sforzo disperato e recuperò ciò che gli restava dello scatto giovanile per tuffarsi verso il vagone rosso che stava in fondo al treno. La porta era semiaperta, prese la maniglia e la scostò con forza ma non fece in tempo a salire che già gli altri passeggeri gli erano saltati addosso e usando le sue spalle e la sua testa come supporto, montarono in carrozza. Alla fine ammelengiate [=ammaccate] ma ancora vivente, riuscì ad arrampicarsi e a sedersi davanti al vano della porta deciso a respingere con la forza ulteriori sopraffazioni. Ma l’onda umana si era esaurita, altra gente arrivava alla spicciolata e ogni tanto qualche testa si affacciava al vagone a chiedere informazioni e, quando ormai era quasi pieno e non arrivava più nessuno, si udì un passo affrettato e una ragazza apparve nel vano della porta con un bimbo tra le braccia e un altro per mano. Aveva un viso affilato e stanco e i capelli biondi impiastricciati per mancanza di cura che le incorniciavano la fronte imperlata di sudore per la corsa. Sulle spalle portava una specie di mantellina come una coperta da letto che doveva servire a tenere caldi i bambini. Guardò dentro e chiese:
- C’è posto?
Gennaro nemmeno rispose direttamente alla domanda, tese le mani verso di lei e disse:
- Signora, mi passi prima i bambini e poi l’aiuto a salire.
La donna gli sorrise in modo timido e disarmato
- La ringrazio, lei è veramente gentile
Si capiva che era una persona fine, Gennaro raccolse attorno a sé un po’ della paglia che stava per terra e l’invitò a sedere con i bambini accanto a lui.
- Dove va? – s’informò
- A Caserta, penso che il treno si fermi lì, sono fortunata che faccia un percorso così lungo, e lei?
- Torno a casa, o meglio, cerco di tornarci, dovrei arrivare in Puglia, a Bari, ma Caserta va bene, è già qualcosa, poi vedrò.
Il treno si stava muovendo e il terreno cominciò a scorrergli accanto sempre più velocemente e, mentre aumentava la velocità, il vagone risuonava come la cassa di una chitarra con un ritmo che diventava regolare; intanto, la ragazza, assai loquace ed affabile, continuava a martellare di domande il suo vicino che sentiva sempre più gli occhi chiudersi per la stanchezza. E dopo qualche chilometro, sapevano tutto l’uno dell’altra. La donna, molto giovane, era già vedova di un militare dell’Armir e pur essendo diplomata per insegnare, come figlia di un socialista, oppositore del regime, non aveva potuto accedere a un impiego di Stato e faceva la bussolante in un ospedale per portare i soldi a casa. I bambini erano stati temporaneamente affidati ai nonni nelle Marche ma ora, la nonna stava male e non poteva più occuparsi di loro.
Qualcuno strepitava ”chiudete quella porta” e vennero a spingerla per fermarla. Il vagone divenne quasi buio e il battito ritmico delle ruote risuonò di un tono più profondo come se il ferro fosse stato rivestito di vammasce [=ovatta] creando la condizione ideale per abbandonarsi al sonno. La giovane viaggiatrice aveva preso in collo il più piccolo dei bambini lasciando libero l’altro che s’era arrequesciute [=assopito, tranquillizzato] in grembo a Gennaro e ogni tanto si voltava a controllarlo con aria spaurita, osservava quel passeggero così comprensivo, per essere certa della sua benevolenza, e rassicurata, riprendeva a parlare. A poco a poco il il nostro reduce si addormentò cullato da quella voce sommessa e dal movimento del treno e, quando si risvegliò, qualcuno aveva riaperto la porta e il convoglio correva in mezzo ad alberi e filari di verdure simili a rastrelliere di cavoli e lattughe. Il bambino che aveva sullo stomaco ancora dormiva e la donna si scusò.
- Le dà fastidio? lo dia a me.
- No, non si preoccupi, come si chiama?
- Roberto
Gennaro ebbe un sussulto e la guardò stranito
- E l’altro? – chiese
- Francesco, Franco come il nonno. Ma perché mi guarda così?
- Pensi, io prima di partire per la guerra avrei dovuto sposare una giovane vedova e uno dei figli si chiamava Roberto
- Ah… e non la sposa più?
- No, lei ha cambiato idea
- Mi dispiace.
Gli prese la mano e gliela strinse forte e subito lui s’intenerì, s’immaginò di conoscere quella ragazza tanto delicata e premurosa da molti anni e si sentì obbligato a proteggerla, insieme ai suoi figli come avrebbe voluto fare con Lucia e gli dispiaceva che una situazione così gli fosse capitata proprio adesso, quando non sapeva dove andare, che fare, e la sua vita era ridotta a un fotogramma momentaneo.
All’arrivo a Caserta furono accolti da un bombardamento. Il treno s’era fermato fuori dell’abitato. Il rombo dei motori degli aeroplani riempiva l’aria e gli scoppi si accavallavano alle contraeree che martellavano. Sembrava di essere in una bolla irreale di follia che nessuno poteva controllare. La gente correva impazzita per i campi seguendo alla cieca chi andava avanti e la donna accanto a Gennaro s’era rannicchiata stringendosi con i figli dietro la sua schiena e non si muoveva incantata dalla paura. Allora lui, più esperto di bombardamenti, si levò, le strappò uno dei figli dalle braccia e si buttò giù gridando:
- Venga, venga via di lì, quel vagone può saltare in aria da un momento all’altro!
La ragazza si scosse, saltò giù con il piccolo al collo e si afferrò a un lembo della sua camicia seguendolo nella fuga. Dopo aver corso per un bel po’ in mezzo agli alberi, gettandosi per terra in modo da coprire i due bambini, quando sentivano gli aerei scendere in picchiata, ad un tratto si accorsero che il rumore del fuoco era alle loro spalle e si lasciarono andare nel terreno per riprendere fiato, allora la donna tirò un respiro e chiese
- Sa dove andare a passare la notte?
- No, qualcosa troverò, mi arrangerò, tanto devo cercare di proseguire.
- Perché non viene da me? Ho posto in casa mia, potrà stare quanto vuole, così si riposa prima di riprendere il viaggio
- Grazie, lei è un angelo, grazie – il poveretto era confuso, al settimo cielo e lei ne approfittò per fare le presentazioni
- Beh, visto che dobbiamo convivere sotto lo stesso tetto, chiamiamoci per nome: Matilde Secci
- Gennaro De Lucia
La casa di Matilde era confortevole, con i mobili di cucina laccati di bianco, il gabinetto con li mannile [=gli asciugamano] di lino puliti e le stanzette tinteggiate di rosa co’ li ghiascione [=le lenzuola] di cotone sui letti. Gennaro si sentì subito arreggettate [=rimesso in ordine] e siccome la donna insisteva perché si fermasse a riposarsi senza aver fretta di togliere il disturbo, rimase un giorno più del necessario ma quando si preparava a partire si accorse che stava succedendo ciò che Armando temeva: i tedeschi avevano invasa l’Italia che rimaneva spaccata in due. Una notte sentirono spari e secchi comandi per la strada, seguiti dal rombo di motociclette ed autocarri e, spiando dalle impannate adarassate [=socchiuse], videro un grosso veicolo militare che correva seguito da una motocarrozzetta montata da due uomini. Il soldato seduto nel carrozzino si girò e sparò raffiche verso il buio. Il giorno dopo, Matilde che aveva ripreso il lavoro all’ospedale, lo avvertì di non farsi vedere in giro perché i fascisti facevano delle retate e come minimo, avrebbe potuto finire in un campo di lavoro.
- Tanto – disse – qui gli alleati non tarderanno ad arrivare, ti conviene restare ancora qualche giorno.
Perciò Gennaro divenne casarule [=casalingo], quando Matilde andava al lavoro, lui si occupava della casa e dei bambini e lo faceva così bene che quando arrivò la liberazione, la famigliola che lo ospitava se ne rammaricò parecchio, però la donna gli disse:
- Genna’, noi vorremmo che tu restassi qui, con noi, ma non devi in alcun modo sentirti legato. Quando decidi di tornare al tuo paese, sei libero di farlo, io non cercherò di trattenerti.
Gennaro non si impegnò e comunque la rassicurò:
- Matilde, sta’ tranquilla, per ora non parto, preferisco aspettare che l’Italia sia tutta liberata, voglio vedere come vanno a finire veramente le cose. Hai sentito che storia è successa a Bari? Le truppe badogliane hanno sparato su di un gruppo di manifestanti ammazzando alcuni giovani operai e studenti. Era un corteo pacifico e dimostravano sotto la federazione fascista. Io non mi fido.
Ora che Gennaro era libero di uscire, si era organizzato con Matilde in modo più famigliare e giudizioso, si era trasferito nella stanza matrimoniale e per non sentirsi ammandenute [=parassita] aveva preso il posto di bussolante all’ospedale che lei aveva lasciato per un lavoro finalmente più confacente al suo diploma, presso un istituto privato che riapriva i battenti. Erano una famigliola felice e non se la passavano nemmeno male economicamente in un momento tande strinde e senza sulze [=tanto stretto e senza grasso] per tutti. E così aspettarono la liberazione del nord, Gennaro non faceva che parlare del proprio paese, degli amici, di Lucia e dei suoi figli, del sogno di una bottega che era andato a ‘u acite [=all’aceto], e Matilde, che quando lo sentiva rivangare il passato si asciugava gli occhi di nascosto, faceva sempre lo stesso discorso.
- Gennaro, quando decidi di partire… non ti preoccupare per me.
E venne la liberazione del nord dell’Italia ma Gennaro non se ne andò. Disse:
- Voglio vedere come si mettono le cose, qui bene o male un lavoro ce l’ho, lì dovrei ripartire da zero.
Passavano i mesi, passò un anno e rimandava sempre, ne passarono due e Matilde non gli disse più niente, passarono cinque anni e un giorno, tornando dal lavoro, alla fine lui disse che voleva partire.
- Devo andare qualche giorno al mio paese, non posso più rimandare.
- Ma come? adesso che non ci pensavo più a questa cosa?
La donna era disperata, temeva una separazione definitiva e Gennaro faticava a rabbonirla.
- Non ti preoccupare, io torno, prima o poi torno, te lo giuro. Devo togliermi nu pesure [=un peso] che tengo sulla coscienza per i figli di Domenico e ‘sta pioneche [=ipoteca, tristezza] dal cuore che mi ha preso. Forse lì non troverò più nessuno che si ricordi di me, ma lasciami andare, altrimenti mi intossicherò, non voglio chiangiamignue [=piagnucolii], voglio fa’ croscia sòpe [=rinunzia a rivalersi, dimenticare per sempre] al mio passato.
