Il flauto e il capitale

Capitolo XV


Il paese che trovò aveva l’aspetto magico disegnato dal culto religioso del ricordo, era il paese che portava nel cuore, la toponomastica, il profilo delle strade non erano cambiate… c’era, si’ lo scheletro di qualche nuova costruzione tra le impalcature, ma non bastava a cambiare la fisionomia du nzerte [=dell’intreccio] delle case e degli edifici pubblici. Gli uomini… beh gli uomini sembravano diversi, estranei, Gennaro ebbe l’impressione che fossero come muresciane [=ombre] che scivolavano nella nebbia, incapaci di riconoscerlo e di ricordare; pensò che dipendesse da lui, che quella fosse la disposizione d’animo velleitaria di chi torna dopo anni di assenza in un luogo e pretende di riandare all’indietro nel tempo… ma non ne era convinto.
La prima persona conosciuta che incrociò fu quella con cui aveva parlato prima della partenza, sì, proprio lui, ‘u capedestezze [=il gerarca] che gli aveva commissionato un paio di stivali. Lo riconobbe subito anche se sembrava un altro, lo riconobbe dall’andatura, cioè insomma dai calli. Era elegante, scarpe morbide a mocassino, giacca di lana inglese di taglio sartoriale, ma per essere lui gli mancava qualcosa… più che gli stivali e la cimagghie [=parte centrale dell’insalata] in fronte, forse la cordialità espansiva e sbrafante [=sbruffone, gradasso] di una volta o forse l’arroganza della sincerità, mah…

  • Eccellenza! – Gennaro gli andò incontro sorridente, si fissarono negli occhi e il vecchio gerarca smarrito, cominciò a guardarsi intorno, cercando il destinatario del titolo “eccellenza”
  • Eccellenza! Non mi riconosce? – l’altro insisteva – Sono Gennaro De Lucia, il ciabattino che mandaste al confino.
  • Io non ho mai mandato nessuno al confino – l’uomo sembrava infastidito però doveva essere anche parecchio dubbioso se restò per un bel po’ immobile, in mezzo alla strada, e solo dopo un lungo silenzio, chiese con circospezione:
  • Ma… non eri disperso in guerra?
  • No, sono vivo e presente, come vede
  • Mi fa piacere, caro, mi fa piacere – il gerarca aveva ripreso un po’ della vecchia bonomia – però… mi dispiace, purtroppo ho fretta, mi aspettano in consiglio comunale
  • Ah! ancora in politica? Che partito?

Il gerarca lo guardò risentito

  • Come, quale partito? Monarchico, sono sempre stato un monarchico convinto. Tu forse mi confondi con qualche altra persona. Beh comunque mi ha fatto piacere sapere che stai bene. Scusami, sai se non mi fermo, avremo modo di vederci, no?

Gennaro si sentì come ‘nu pedresine [=il prezzemolo] fuori posto, aveva l’impressione di aver messo Sua eccellenza a disagio con quegli inopportuni soprassalti di memoria e con la disposizione naturale che aveva a prendersi confidenza, ed era mortificato. C’era qualcosa che non capiva. Prima le distanze esistenziali c’erano e si vedevano ma erano fragili, ora non si vedevano eppure erano diventate invalicabili. Edoardo, tornato dalla Spagna, era grande invalido ed era riverito, lui era invalido e basta. L’ascensore sociale s’era come schegnate [=sdentato]. Prima non si era uguali, questo no, ma ci si riconosceva come interlocutori aunesciuti sope [=riuniti sopra] a un cammino comune; con l’altro ci parlavi, ci litigavi pure, potevi combatterlo per motivi politici o sociali, ma non potevi ignorarlo e tirare dritto, stava nel tuo stesso mondo di tutti i giorni e ci dovevi fare i conti, eri costretto a farti un’opinione di lui (o di lei), gli davi nu coppuine [=un cappello], un ruolo qualsiasi, buono o cattivo. L’altro in ogni caso esisteva, era lì: le piazze – pensava adesso Gennaro – erano fatte per incrociarsi, per farci stare faccembronde [=di fronte] tutti i giorni, col bello e col cattivo tempo, che lo volessimo oppure no. Cos’era successo? Da quando eravamo diventati tutti estranei l’uno all’altro? D’accordo, adesso eravamo tutti “uguali”, si diceva, e cominciavano a dirlo pure le cazzarole grosse [=grosse casseruole]; non c’erano più “eccellenze”, nessuno ti rimbeccava se non facevi l’inchino e il saluto a chi portava le insegne del potere, potevi stare in un angolo a farti gli affari tuoi, se ne avevi la voglia, e soprattutto il tempo e le prevvedenze giuste [=giuste provvidenze]. In apparenza, si cominciava ad avere per il faticatore [=lavoratore] lo stesso rispetto che si era avuto sempre per il signore [=padrone]. Ma dietro questa bella facciata pulita della casa nzììme [=insieme] che il Paese e i cittadini condividevano, c’era una zona dove si depositavano la polvere e la sporcizia a cui nessuno sembrava accennare: si stava quasi perdendo l’abitudine di brevegnasse [=vergognarsi] e soprattutto di domandarsi l’un l’altro “Come stai? Come te la passi?” Sì, d’accordo, la domanda comunque la si faceva ancora ad amici e conoscenti incontrati per caso nella via; ma non aveva più lo stesso significato di prima; non c’era la voglia di ascoltare le risposte. Non erano “faccende nostre”; che cosa potevamo farci? Era come se la piazza nella quale ci si incrociava non fosse la stessa per tutti: ognuno portava dentro di sé il proprio cammino: erano tutti diventati come cazzavune [=grosse chiocciole], munacedde con la panna nnanze [=lumache Salentine con la panna (opercolo bianco)]. Nessuno doveva gettare un’occhiata oltre chedda portedde [=quella porticina]; nemmeno per fare ascoltare una richiesta di comprensione, di solidarietà. “Chi ha avuto ha avuto…” diceva una canzone napoletana di successo; chi aveva, doveva imparare a tirar dritto come se nulla fosse, e nessuno doveva chiedergliene conto: eravamo diventati “tutti uguali”, in fondo! E allora, perché sottilizzare? Che ce ne ‘mporta del come, è l’abbusciquatura [=guadagno] che conta ioscialadì [=oggigiorno]. Quanto alla smemoratezza del vecchio gerarca, Gennaro cominciava a capire come anche quella rientrasse in questo nuovo clima generale. Come le distanze si erano fatte invisibili, eppure più tenaci, perché nascoste nel non detto, così il passato era diventato un affare privato: ognuno si portava dentro ciò che era stato ed esibiva solo quello che riteneva adatto al “clima” del momento; ma del resto, se c’era il tacito accordo di fare tutti così, di regolarsi tutti in questo modo, che problema poteva mai esserci? Eppure lui non si capacitava… Gli antichi conoscenti stentavano a ricordarsi di lui e quando lo riconoscevano, subito scoprivano di avere altri impegni da onorare. Chi parlava a ruota libera erano gli spannììre [=diffamatori] di professione, quelli che da sempre passavano il loro tempo a sparlare sul conto degli altri senza però riuscire mai del tutto credibili e convincenti. Vito, il gestore della pensione, per essere a corto di avventori, si annoiava a stare tutto il giorno nello sgabuzzino a fare i conti e chiacchierava senza riserve con chi gli desse spago. Era stato fascista e poi naturalmente, monarchico, ma senza grandi vantaggi, perciò si era rifugiato nella maldicenza e ora ce l’aveva soprattutto con chi, dei vecchi camerati, come Edoardo, aveva fatto il salto in lungo e buzzarava [=frodava il prossimo] più di prima. Gennaro non li riteneva attendibili gli uomini così e non prestava orecchio alle loro farneticazioni. Andò a cercare Lucia nella casa dove l’aveva lasciata ma l’appartamento era occupato da un’altra famiglia e nessuno conosceva la signora Terlizzi. Anche i vicini dovevano essere cambiati perché non si ricordavano di lei, non ricordavano proprio più niente degli anni della guerra. Sembrava un mondo di scasate [=sloggiati] e di smemorati. Fece una ricognizione nella strada dove abitava Edoardo e lì trovò uno dei pochi angoli veramente cambiati del paese. C’erano molti nuovi cantieri e la palazzina dell’amico era vuota, in corso di ristrutturazione. C’era anche nelle vicinanze, un campo di profughi istriani e la gente che circolava gli era sconosciuta. Alla fine andò a cercare notizie presso la vecchia abitazione di Domenico e anche li’ rimase deluso perché quelle costruzioni scarevuttate [=bucherellate] e scheffuate [=crollate] erano tutte sbarrate e non erano più abitate. Il poveretto si sentiva perso nel tempo, aveva fatto un viaggio inutile? E mentre si guardava intorno vide un’anziana signora curva e cempennante uscire dal palazzo di fronte affidandosi al bastone e la riconobbe benché fosse malridotta: la biatedda [=beghina]! Le andò subito incontro e la salutò ad alta voce pensando che avesse problemi di udito

  • Signorì, come state?

La donna lo guardò sorpresa da quell’urlo improvviso

  • Signorì, non vi spaventate, sto cercando la signora Terlizzi, ve la ricordate? – Gennaro cercò di rassicurarla.
  • Terlizzi? Ma perché gridate, non sono sorda. La signora saranno vent’anni che non sta più qui.

Finalmente qualcuno che conservava la memoria del passato, bisognava insistere.

  • Non sono proprio venti, ma sono tanti, avete ragione. Sapete dirmi qualcosa?
  • E voi, chi siete? Mi pare di conoscervi

Era evidente che la biatedda era ben disposta a parlare, a ricordarsi di tutto e di tutti e Gennaro, preso da un impeto affettuoso di riconoscenza, si buttò a darle i ragguagli che gli venivano in mente per aiutarla a focalizzare il loro comune passato

  • Sono Gennaro, Gennaro De Lucia, il ciabattino, l’amico di Domenico. Si ricorda di me? – nella fretta passava disinvoltamente dal “voi” fascista al “lei” monarchico e liberale.
  • Ma sì – la vecchia si era illuminata e per poco non lo abbracciò – ma sì che mi ricordo, eri nu bravo giovane, eri sparito, dicevano che eri morto in guerra.
  • No, signorì, come vede sono zoppo ma sono qui, sono tornato. E di Lucia ne sapete niente? dei figli?

La donna prese un’aria corrucciata, si vedeva che non le faceva piacere parlare di certe cose.

  • Ehhh Lucia! Che io sappia, perdette la testa per nu sergente americano al tempo dell’occupazione e lo seguì a Roma. I figli devono essere andati con lei. Non credo che sia più tornata, non mi risulta.

Gennaro non era sorpreso, in fondo era venuto anche per questo, per convincersi a chiudere per sempre e senza rimpianti quella faccenda ma era turbato per la sparizione dei figli di Domenico. E ripreso il dovuto distacco dalla vicenda che gli stava tanto a cuore, per non commuoversi, cercò di definirne meglio i dettagli.

  • Ma tutti con lei sono andati i ragazzi? e non sono più tornati?
  • Eh, figlio mio – la donna sembrava afflitta quanto lui – il grande, Rafeluccio, andò a difendere Mussolini e la Repubblica sociale e fece perdere le sue tracce. Dicono che forse fu ammazzato dai partigiani, gli altri, per quello che ne so, sono andati tutti via con la madre nel dopoguerra.
  • Signorì, mi scusi, – Gennaro sentiva sfuggirgli dalle mani ogni legame con il passato e volendo almeno raccogliere da quell’unica fonte attendibile di memorie, i frammenti di una parte di vita che gli mancavano, per ricomporli nella narrazione intima che ognuno fa della propria storia, insisteva – mi scusi se la sto importunando, si ricorda anche dell’altro nostro amico, di Edoardo Calabrò? Era diventato un pezzo grosso del Fascio…

La donna era commossa da tanta affezione al passato e agli amici di una volta, ricordava come un tempo quei ragazzi fossero legati tra loro, e gli fece una carezza prima di riprendere a parlare.

  • So poco di lui. So che quando stavano arrivando gli alleati, scappò al nord ma prima dètte fuoco alla fabbrica che aveva. Non so se poi è più tornato, non so niente, io ormai sono troppo vecchia, lo vedi, devo pensa’ a me stessa e all’anima mia.

Gennaro era commosso e le chiese:

  • Posso abbracciarla? Non credo che ci vedremo più.

Nei giorni successivi incontrò altra gente che conosceva ma non seppe molto dippiù di quello che la biatedda [=beghina] gli aveva dètto. Di Edoardo, Vito, il gestore, gli aveva raccontato che prima di incendiare la fabbrica, i macchinari se li era venduti, e aveva fatto il doppio gioco, finendo la guerra da partigiano. Ora doveva essere addirittura nell’edilizia e aveva una grossa fabbrica di pellami e calzature ed era più influente di prima. Ma questo era troppo per Gennaro che aveva finito per archiviare il tutto come mera calunnia, fiame de fafarule [=calunnia del vermetto dei legumi] malvagi e non aveva voluto saperne dippiù.