Capitolo XVI
Sdraiato da ore sul lettino della pensione, Gennaro aspettava di sentir scattare nella testa il “click” della partenza. Il sole era arrivato al centro della stanza e gli diceva che doveva essere vicino mezzogiorno, e ancora non si decideva a schedua’ [=scrollare] le proprie radici dalla terra dove era nato, si sentiva come nu vasenecole [=basilico] piantato in inverno e indugiava e rimuginava. Non era deluso, no, perché era già rassegnato, era venuto proprio per questo, per verificare ciò che sapeva, cioè che la guerra non aveva lasciato granché dietro la sua ondata. Non c’era nulla da recriminare, lui era come un fantasma che improvvisamente era comparso scoprendo una realtà di uomini e di cose che non conosceva. La sua vita era stata vissuta nell’aldilà degli eventi del paese, immodificata, ispirata agli stessi principi di sempre, in un confine culturale ormai invecchiato e questa stasi del pensiero, più che del vivere, lo aveva indotto a cristallizzarsi, a chiudersi in sé come un alienato. E senza rendersene conto era diventato per gli altri una fastidiosa muresciane [=ombra]. Riapparendo all’improvviso aveva portato disappunto evocando una parte di vita che gli altri avevano superata e non volevano più ricordare perché la gente normale si rifiuta di vivere nell’uguale. Non avrebbe dovuto riapparire, era stato ritenuto morto, erano passati undici anni e undici anni sono tanti nella vita degli uomini. Domenico era morto nella guerra di Spagna, Lucia aveva ceduto alle lusinghe della vanità ed Edoardo si era arricchito diventando prima fascista e poi partigiano e membro del CLN cattolico, lui che non credeva in niente. Difficile da capire… però aveva il senso dell’opportunità e della concretezza, quello lì! Sapeva stare al passo con i tempi. Era sempre stato capallììrte [=vigilante pronto a scattare] e oggi era un industriale in attesa del rimborso di centinaia di milioni per la fabbrica di scarpe che aveva incendiata lui stesso prima di passare il confine per fare il partigiano. E pare che l’avesse smantellata prima di incendiarla, cedendo le parti migliori dei macchinari ad un altro industriale che poi era sparito. Vito lasciava intendere che quell’uomo forse era stato eliminato perché sapeva cose così, ed anche altro… Mah… sembrava diabolico… senz’altro quelle erano scegghiate [=fioriture] di maldicenza. Ma se fosse vero? Impossibile. E cosa c’era da recriminare? E poi perché? Lui aveva perso tutto in guerra, la famiglia che si stava costruendo, la salute, la quiete della vita di artigiano e la colpa era stata sua, della rigidità delle sue idee, della sua maledetta incapacità di adattamento! Era anche andato a trovare i compagni della sezione locale del partito socialista e lì gli avevano offerto, tenendo conto del suo passato di oppositore al regime fascista, di diventare segretario politico di una sezione. Sarebbe stata un’alternativa ragionevole per riprendere in mano il filo ormai ingarbugliato e sottile de lu ritììdde [=il rocchetto] della sua vita di militante, ma lui aveva preferito polemizzare
- Per fare che? – aveva risposto – I fascisti, quelli che non sono diventati democristiani, liberali e anche… socialisti, sono tutti liberi, ai posti di comando perché voi non li avete voluti emarginare. La grande occasione l’abbiamo persa della rivoluzione, lì sui monti, per timore di rompere l’equilibrio mondiale. Miravate a rinsaldare la vostra alleanza con i borghesi e a fare quel pasticcio nel quale i socialisti si stanno imborghesendo. E quindi? Dovrei andare a fare il ruffiano dei fascisti che sono diventati democristiani?
- Ma tu sei fuori dal tempo – gli avevano rinfacciato – credi di stare ancora all’epoca della prima guerra mondiale? Guarda che ce n’è già stata una seconda e l’illusione di un mondo bolscevico è pura follia. Tu vivi nel passato, svegliati!
- E ditelo che non siete più antifascisti! – si era infervorato sentendosi tradito dai suoi stessi compagni – Io sono più onesto di voi, di antifascismo non ne voglio più parlare. Che senso avrebbe? E’ fallita ogni azione di debellamento del fascismo e dei fascisti che intanto si sono trasformati, voi parlate di antifascisti e siete esattamente come loro. La realtà è che la guerra l’hanno vinta loro, i fascisti, l’ha persa solo Mussolini. E anche nell’operazione di scardinamento del sistema, ha fatto più il re, arrestando Mussolini, che gli antifascisti italiani con la guerra partigiana e i partiti di sinistra. La Resistenza, in fondo, è servita a dare una mano agli anglo-americani. Ma c’era bisogno di fare tutto quello che è stato fatto, ed è stato tanto in termini di sacrifici di quelli che hanno combattuto, per aiutare i borghesi dell’America e dell’Inghilterra? La grande illusione di fondare, partendo dalla guerra partigiana, una repubblica popolare socialista, è morta prima della nascita della nuova repubblica. Adesso mi dàte un’altra versione e dite che abbiamo combattuto per la democrazia, ma state cambiando le carte in tavola, abbiamo combattuto per il socialismo che è qualcosa di più della democrazia. Se non siamo uguali e qualcuno deve vendersi per mangiare, come fate a dire che abbiamo gli stessi diritti?
- Tu ragioni per paradossi. L’uguaglianza assoluta non esiste
- Va bene, non esiste, come dite voi, ma dobbiamo avere tutti l’indispensabile per non essere costretti a venderci, per non essere costretti a vendere quelli che chiamate “i nostri diritti”.
- E poi guarda, compagno, che la guerra partigiana è servita anche a riabilitarci di fronte a quelli che la guerra l’hanno vinta e ad evitarci condizioni di pace più umilianti.
- Ecco, qui vi aspettavo! I partigiani, quelli che hanno combattuto veramente, non quelli che sono risultati iscritti al CLN per far carriera, sarebbero una minoranza generosa che si sacrifica per una maggioranza di opportunisti e voltagabbana? E’ giusto, ne valeva la pena?
Il sole era salito sul letto e gli aveva scaldato il corpo mentre la testa si scaldava da sola, allora Gennaro saltò in piedi, raccolse le poche cose che aveva con sé, le mise in uno zaino militare, si lavò il viso e le mani ed uscì. Sceso al pianterreno si affacciò a quella specie di baguglie [=cassa da morto] dove Vito s’era appapagnate [=addormentato] al proprio tavolo di lavoro e chiese il conto.
- Come, te ne vai già a caste [=casa]? Mo’ che m’ero abituato a fa’ cerrigghie [=riunioni di maldicenti] con te? – aveva un’aria sinceramente delusa
- Anche a me dispiace andarmene. Mi pareva d’aver ritrovato gli amici di una volta sentendo parlare il mio dialetto. Però ti prometto che quando me vene l’aggigghie [=eccitazione], torno, torno con la famiglia.
Il sorriso illuminò il viso di Vito che già stava preparando il conto e mentre glielo porgeva gli chiese
- Pzzinghe a quanne t’ama aspetta’ [=fino a quando ti dobbiamo aspettare]? Non tardare troppo, vieni con tutta la famiglia così fai vedere il tuo paese a tua moglie e ai bambini. Beh che ti devo dire? Arrivederci e buon viaggio!
Gennaro pagò, salutò di nuovo e uscì nella strada. S’allontanò verso la stazione attraversando le vie del centro piene di negozi e magazzini. S’era fermato davanti a una vetrina di strumenti musicali per esercitarsi a suonare con gli occhi un bellissimo flauto traverso a tastiera aperta, quando si sentì chiamare. Un’arrogante Lancia Aprilia fuori serie blu, si era fermata dietro di lui. Dal finestrino posteriore si era affacciato un uomo che gli faceva cenno
- Gennaro, Gennaro! che fai qui?
Era Edoardo ma ancora una volta irriconoscibile. Non aveva più la benda nera all’occhio, anzi, di occhi ne aveva due e uno solo si muoveva. Era elegante, si vedeva che se la passava bene, eppure appariva ordinario, non era più lui. Edo era sceso dalla macchina e gli andò incontro con il solito tratto sfaccimme [=svelto, sicuro di se’]
- Che fai qui, vecchio stupido, tutto solo? Il solito sentimentale. Dicevano che eri morto ma io non ci ho mai creduto.
Gennaro non riusciva a rispondergli, continuava a fissarlo sterdesciute [=stordito] e lo abbracciò controvoglia. Quello che aveva davanti era un estraneo! L’amicizia che c’era stata tra loro, in qualche modo c’era ancora, ma s’era trasformata in semplice consuetudine, l’affetto, la solidarietà erano come distaccati dal suo cuore, l’antefatto storico di un presente alieno che escludeva certi sentimenti dalla vita umana, erano ricordi di ideali illuminati da una luce di edificazione che li rendeva preziosi pur se anacronistici. Nel presente però loro due erano divaricati. ”Ho sempre avuto ragione io” pensava Gennaro “uno sta a destra, l’altro a sinistra, uno è positivo, l’altro negativo” ma d’altro canto, come diceva Edoardo, quelle divisioni ormai non avevano senso “ché ogni epoca sposta destra e sinistra, bene e male, come vuole”, e anche questo era giusto. La confusione nasceva da lì. Lui, Edoardo, si era sempre adattato ai tempi e ora? Doveva essere considerato di destra o di sinistra? Era democratico o antidemocratico? Chi era Edoardo? Certamente suonava più falso di prima ed era irriconoscibile.
- Vieni con me, Genna’ vado a pranzare al ristorante, così parliamo insieme – quello continuava ad abbracciarlo
- No, grazie, Eddo’, stavo partendo e poi, tu vai nei posti riservati, io lì non ci posso venire messo così.
- Ma di che ti preoccupi? vieni con me e… addo’ ada scìì [=dove devi andare]?
- A Caserta
- Embè? nu treno ‘u acchi sempe [=lo trovi sempre].
Mentre parlava l’amico lo spingeva verso l’automobile e lo costrinse ad entrarci e mentre gli si sedeva accanto, Gennaro ebbe modo di osservare bene il suo vestito e notò che somigliava maledettamente a quello che aveva il gerarca: scarpe a mocassino, giacca di panno inglese di taglio sartoriale e rifletté che anche altrove, in centro, nelle vetrine ne aveva viste di mise così. ”Che sia un’altra uniforme?” pensò. “Forse è per questo che faccio fatica a riconoscerlo, Edoardo ora è democratico, si nasconde nella massa”. Andarono nel ristorante di un albergo di lusso, dove i camerieri ti tengono d’occhio per toglierti il piatto senza lasciarti trangugiare l’ultimo boccone e per un po’ rimasero in silenzio, davanti a un bicchiere prezioso di vino francese d’annata, non riuscivano a parlare, limitandosi ad acchiamendasse e ad assaperà [=guardarsi e assaporare]. Gennaro era imbarazzato, si sentiva fuori posto e non trovava le parole giuste per intavolare la conversazione. E fu Edoardo a rompere il ghiaccio.
- Dimmi un po’ Genna’, come vivi e di che vivi?
- Ho la piccola pensione d’invalido – l’altro cominciò a spiegare e giustificarsi, poi, parlando parlando, trovò finalmente la strada per raccontare tutto di sé, della guerra, della famiglia che aveva a Caserta, di Matilde e dei suoi bambini, del lavoro in ospedale.
- E sei contento? – Edo non si mostrava soddisfatto di quella sistemazione.
- Sì, mi basta, mi deve bastare – confermò Gennaro con testarda determinazione – non ho null’altro da chiedere alla vita… oltre forse, un flauto.
- Secondo me ti sbagli. Anni fa ti proposi di venire nella mia fabbrica, oggi saresti mio socio. Ma sei ancora in tempo, sai? Ho sempre bisogno di persone di fiducia.
- No, non pensare a me, io sono nato libero, ho sempre dètto la verità in faccia a tutti e voglio continuare a dirla.
- E farai sempre una vita grama e la farai fare alla tua compagna… a Matilde… non le offri granché.
- La conosco, so che la pensa così, proprio come me.
- E sarete sempre dei poveracci
- Meglio che essere ricco come te, ti assicuro che non t’invidio.
- Sei ancora il socialista di una volta, ma ora non c’è più la clandestinità. Puoi essere socialista e fare fortuna. Non vedi gli altri? i comunisti e i socialisti come te?
- Io resto socialista dentro, non fuori, continuo a esserlo in clandestinità. E tu piuttosto… – Gennaro ebbe finalmente la forza di fargli la domanda che sin dall’inizio aveva sulla punta della lingua – come mai hai l’attestato di partigiano? che hai fatto per averlo?
- Il CLN me lo concesse per la mia attività di recupero di attrezzature industriali della zona, comprese quelle della mia fabbrica. Nel dopoguerra erano vitali.
- Ma non te le eri vendute tu le tue attrezzature?
- La gente spezzequesce e sfiamesce [=spilluzzica e diffama] eh? come le sai tu queste cose? Il compratore sparì e nei suoi uffici non c’erano documenti
- E che fine fece?
- Non lo so, in quel momento succedevano tante cose. Ma che te ne importa? era un altro fascista
- E tu, tu non eri fascista a quell’epoca?
- Lo ero, tutti lo sanno ma c’era chi era peggiore di me. Io poi passai più volte le linee e con i contatti che avevo, mi misi a disposizione delle autorità e segnalai le installazioni industriali trafugate passando continuamente il fronte. Non credo ci sia altro da dire.
- Proprio niente. Del resto il fegato e la faccia tosta non ti mancavano
- Guarda che ho fatto comodo a tutti, il mondo industriale ha riconosciuto i miei meriti.
Edoardo si fermò di fronte all’espressione di rimprovero dell’amico di sempre e dopo una pausa imbarazzata, riprese
- Genna’, tu sei rimasto fermo alla guerra di Spagna, io sono andato avanti, sono cresciuto, tu sei ancora il bambino che giocava con me ai pirati.
L’altro non rispose, era impegnato con un pezzo di carne nel piatto e con un’altra domanda che aveva in testa. Alla fine si decise e gli chiese
- E Lucia? Dammi notizie di Lucia, sono venuto anche per questo.
- Forse lo avrai già saputo ciò che c’è da sapere. Quando mi sposai non frequentavo più la sua casa da tempo, per non dare adito a pettegolezzi
- Ti sei sposato?
- Sì, con Sabina, la nipote del Federale. Avevamo avuto una lunga relazione, lei mi avrebbe seguito anche all’inferno, amava le sfide e il nostro matrimonio fu anche quello una sfida perché ci sposammo mentre tutto crollava .
- Ho capito… E Lucia? sai dov’è?
- E’ rimasta a Roma, che io sappia, dove andò per seguire un sergente americano e si portò dietro il figlio più piccolo.
- E gli altri?
- Gli altri restarono con me, vollero restare qui e ora lavorano nella mia fabbrica. Quello che fa il capo-operai somiglia in modo sorprendente al padre, a Domenico.
- E Rafeluccio?
- Non se ne seppe più nulla. Restò fino all’ultimo fedele alla Repubblica di Salò. Sono state fatte mille illazioni, che sia emigrato in Germania dopo il crollo dei fascisti in Italia ma si dice anche che sia stato ucciso dai partigiani. Ho speso cospicue somme per farlo cercare ma senza alcun risultato.
- Ma perché… perché? Non riesco ad accettare che sia successo tutto questo. Perché, Edoardo?
Gennaro aveva la morte nel cuore. Non ebbe risposta. Edoardo stava finendo di mangiare, bevve un po’ di vino, allontanò il piatto per poggiare le mani sul tavolo e, dopo aver fatto una smorfia di rassegnazione, cominciò a parlare lentamente.
- Non lo so, non lo so proprio. Io penso che le idee che ci trasmettono gli anni dell’educazione, sono come un filtro magico, alcuni riescono a metabolizzarlo e ad espellerlo, altri ne restano infettati e finiscono per pensare ed agire come il filtro gli comanda. Tu hai bevuto la pozione dell’utopia socialista, io quella della volontà di potenza e di rivalsa, Rafeluccio quella della lealtà e della fedeltà a un’idea. Noi non siamo noi stessi, cioè quelli che saremmo stati senza quelle idee in testa ma quelli che il filtro vuole e liberarsene è difficile. Del resto quel ragazzo era stato indottrinato in una scuola fascista…
- Ma che dici? di che filtro parli? Io sono sempre stato me stesso.
- Lo credi tu perché non sai come saresti stato se avessi avuto un’altra educazione. L’educazione priva gli uomini della libertà di essere sé stessi. In futuro saremo addestrati ad essere efficienti, a sfruttare al meglio le nostre attitudini.
- Hai detto giusto, gli uomini saranno addestrati come le cavadde e le ciucce [=i cavalli e i ciucci]. Gli uomini so’ liberi se pensano di essere liberi, altrimenti so’ solo cose, strumenti, spontapete [=ferretti fermaporta].
- Sei il solito ‘nzultatore [=offensivo], però… ci hai ragione tu, senza ideologie gli uomini so’ spontapete, ma gli uomini che pensano so’ ingombranti e gli spontapete no.
- Ah… ecco!…
Avevano finito di mangiare e dopo aver preso il caffè, si erano avviati verso la macchina che li aspettava. Gennaro sentiva il tempo scorrergli tra le dita e si affrettò a fare le ultime domande che gli stavano a cuore.
- Scusami Eddò ma devo tornare all’argomento di prima
- Lucia?
- No, Roberto, il figlio più piccolo, non si può far nulla per lui?
- Non credo, ha interrotto anche le comunicazioni con i fratelli ma non ti preoccupare, lui lo sa, che se vuole, può rivolgersi a me. Vuoi incontrare i fratelli che stanno con me?
- No, stanno bene con te, che potrei dirgli? che volevo far loro da padre e non ci sono riuscito? E’ di Roberto che mi preoccupo. Adesso io parto e non voglio più tornarci su questa storia. Voglio pensare ad altro.
- Genna’, sei ancora in tempo ad accettare la mia proposta.
- No, grazie, sto bene dove sto, tanto il mondo per me è diventato incomprensibile dovunque. Il tuo magnete a via di spezzettarlo non ha più capo né coda, né destra né sinistra, né nord né sud, è massa magnetica senza orientamento. Strano no? Io sono sempre povero e tu sei ricco però dice che siamo uguali, tutti uguali. Come?
- Abbiamo gli stessi diritti.
- Già… che poi non ho capito come sono, quali sono ‘sti diritti… Chi non ha soldi non ha diritti, più soldi hai più diritti hai… Io, per esempio, ho diritto a suonare il flauto?
- E chi te lo nega, non fai male a nessuno
- Ma se io non ho i soldi per comprarmelo un flauto, come lo suono?
- Se è per questo, te lo regalo io
- Ecco, appunto, non è più un diritto, è una tua concessione
- Genna’, tu ragioni per paradossi
- Sei diventato socialista anche tu, si vede, perché anche loro me l’hanno dètto. In realtà io non ho diritto a niente perché non ho i soldi per far valere i miei diritti che restano solo… come si dice?
- Un enunciato?
- Bravo, tu sei più strovite [=istruito] di me. Io non ho più nemmeno il diritto di avercela con te che sei ricco perché i miei diritti me li riconosci, sulla carta.
- E perché dovresti avercela con me? Io sono utile anche più di te alla società, produco ricchezza, creo posti di lavoro…
- E magari fai anche grosse donazioni alle associazioni benefiche che si occupano degli emarginati. Che posso pretendere?
- Ma se sei povero la colpa è tua.
- Sì, solo questo ci mancava. Prima la colpa mia era di essere un sovversivo, ora che non sono più sovversivo, la colpa mia è che sono povero. Eddo’ vattelappììgghìe [=vai a prenderlo]…
Edoardo scoppiò a ridere
- Genna’, stai diventando violento?
- Ah sì? Che bella la violenza, me n’ero dimenticato.
- Vabbe’ vedo che sei tornato allegro, come una volta.
- L’aria di casa
- Ho capito, amici come prima! Temevo non volessi più esserlo, amico mio
- Colpa del filtro magico, altrimenti t’avesse ambise [=ti avrei impiccato].
Edoardo accompagnò Gennaro sino al marciapiedi di partenza e, quando sentì che il treno si stava muovendo, gli gridò:
- Arrivederci, tanto tu prima o poi torni…
L’altro si affacciò, sollevò il pugno sinistro e sorridendo rispose:
- Certo che torno, il socialismo prima o poi torna!!!
