Il flauto e il capitale

Capitolo II


Gennaro non era strovite [=istruito] come Edoardo, non aveva fatto grandi scuole, però aveva frequentato i sindacalisti, era stato nel partito socialista, e in fatto di politica ne sapeva più di molti altri. Domenico apprezzava i suoi giudizi perciò si fermava a discutere con lui i fatti dell’attualità, lo aspettava ogni mattina davanti casa sua per fare un po’ di strada insieme. L’amico aveva continuato ad essere socialista pure dopo l’avvento dei fascisti mentre lui dalla politica si era allontanato. La nonna che l’aveva cresciuto insieme alla sorellina Graziella dacché i loro genitori erano andati in America latina in cerca di fortuna e la distanza li aveva inghiottiti nell’oblio, gli ripeteva sempre che i partiti ai minghiarili [=stupidi] danno a mangià terrozzue [=cose che non esistono], cioè cose che non esistono e ogni giorno lo ammoniva quando da ragazzino faceva la testa calda e andava ai cortei:

  • Non te fa’ mbrescena’ [=coinvolgere], pensa all’arregonetta toia [=la tua fisarmonica (portamonete)].

Poi lui troppo presto s’era fatto pigghià dall’aggigghie [=prendere dalla foga] di sposarsi e s’era affedato [=fidanzato] che teneva diciassette anni con Lucia che era ‘na bella chiachiodda [=bambina graziosa e loquace] e rideva e parlava sempre e ridendo ridendo, s’era trovata pregnetate [=incinta] a quattordici anni. E mo che ne teneva venticinque ci aveva quattro figli e uno era già grandicello. Per questo lui, dopo qualche sciopero e qualche piazzata quando era ragazzo, non aveva più avuto tempo per la politica ma gli piaceva di sentire Gennaro che con la politica continuava a mbaduesce [=rimbambirsi] e se gli dicevano di lasciar perdere rispondeva:

  • Sì, acquaciadanne [=da qua a cent’anni]!!!

Quando gli aveva dètto che andava a lavorare in conceria, s’era fatto meraviglie.

  • Come mai? come mai ti prendono? Quelli so’ tutti fascisti e il lavoro lo danno a chi ha la tessera del partito.
  • Sì, ma è che molti operai se ne stanno andando, la paga è da fame e quelli dice che si arruolano.
  • Ahh! sono andati in Spagna. Mah! come si fa a preferire la guerra?
  • Tu non hai famiglia e non puoi capire. Si guadagna… molto pare… e poi nessuno ti licenzia. Di lavoro ce n’è finché… sparano.
  • Sì ma le guerre civili non so’ n’obracavalle [=una giostrina]. So’ più feroci di quelle di frontiera. Si combatte e si uccide dappertutto, tutti sono soldati, pure le donne e i bambini. Il nemico non ti sta di fronte, non lo vedi se non quando ti spara addosso. E poi… come sarebbe? Che c’entriamo noi con il generale Franco? Semmai dovremmo combattere dall’altra parte, contro i fascisti.
  • Già… e come si fa? Non puoi andare a dire da che parte vuoi combattere.
  • Bisognerebbe espatriare in Francia e di lì partire per la Spagna – aveva spiegato Gennaro.
  • Gennà – così tagliava corto Domenico – io non so’ fascista ma nemmeno socialista. Le cose politiche non mi interessano, tu sei diverso, tu socialista lo sei sempre stato.
  • Eh già, pe’ quelli come te, è tutto uguale, tutto lo stesso purché si mangia.
  • Io ci ho la famiglia che cresce e si deve acchiesce [=accontentare] e non tengo nemmeno un mestiere preciso a chengegnà [=da organizzare], tu ci hai ‘u vangarììdde [=il banchetto] e ogni giorno qualche cosa la fai.
  • Che tefagne [=cervello vuoto, duro di comprendonio], mangiafraskeddue [=ingenuo], è tutto uguale per mangiare, ma tu non riesci a mangiare perché una parte di quell’uguale, si vuole tenere tutto e tu devi faticare senza avere niente. Noi rizzulani [=gente senza grande cultura, contadini] non siamo forti come loro, come quelli che le leggi se le fanno a proprio uso e consumo; per essere forti bisogna stare insieme, tutti i lavoratori insieme così da avere la forza per rivendicare i nostri diritti. E per capire si deve cominciare a separare quell’insieme che sembra tutto uguale come dici tu per vedere da che parte sta il buono e da che parte sta il cattivo. Così tutti quelli che riusciranno a vedere le cose a metà si uniranno e diventeranno un insieme forte.
  • Come parli sdraittate [=contorto], chi ti ha insegnato? Il partito? Mi pari nu predicatore… ma quelli, predicano, predicano e le cose restano così come stanno da sempre.
  • Appunto, perché quelli come te non vogliono vivere come persone, sei massa, massa assenegghiate [=bastonata] e ammagagnate [=acciaccata, malridotta].
  • Non t’aldarà [=non ti innervosire], nghenglesione [=in conclusione] so’ anni che fai ‘u discia disce [=il chiacchierone] e stai sempre qua coll’assugghie [=strumento dei calzolai] in mano.
  • Strefinzue [=persona inutile]
  • Strogote [=Ostrogoto, persona che parla in maniera incomprensibile]

La storia da anni andava avanti così a contrastarsi ogni giorno tra il serio e il faceto, che ci voleva lo stutacannele [=attrezzo per spegnere le candele]… Al cancello della conceria si separavano e Gennaro cominciava il suo giro quotidiano per la periferia scandendo il grido che annunziava il passaggio du vangariììdde [=del banchetto] . Ogni tanto si fermava a un angolo e aspettava. Qualcuno che non aveva fatto in tempo, lo chiamava e indugiare serviva a recuperare gli avventori. Specialmente in quella strada ancora sterrata dove la polvere la faceva da padrona ché pareva la vianova [=strada in via di sistemazione], lì infatti c’erano più clienti che non si servivano ai negozi del centro. C’era un prete fascista, una frascheddua [=ragazza leggera, civetta], alcuni fiaccherai, operai della conceria, della cereria e del conservificio. Li riconosceva dalle voci.

  • Genna’, oh Genna’!

Ecco, quella era la frusckue [=prostituta], il giovane si impresciava [=eccitava] quando la sentiva. Si poteva fare qualche scambio interessante.

  • Donna Io’! Al vostro servizio
  • Ho da fare rimettere i tacchi a due paia di scarpe.
  • E datemele, in un’ora ve le faccio
  • Tacchi di cuoio voglio.
  • Eh vadacchie [=vallo a trovare] il cuoio di questi tempi! Io comunque so’ onesto, lo sapete, sempre bestia cornuta vi ho messo.
  • Non fa ‘u tracchiere [=chiacchierone], come al solito. Cerca di essere serio e di fare un buon lavoro, e… quanto vuoi?
  • Due lire e cinquanta al paio.
  • Hai nghianato [=aumentato]? aumenti sempre tu.
  • I tacchetti delle donne sono più difficili dei tacchi degli uomini. C’è più lavoro e più materiale… che costa. E bisogna esse’ precisi se no un tacco sbagliato fa cadere una signora.
  • Vuoi dire che a rifare un tacco a una donna ci vuole più mestiere?
  • Certo, un gerarca fascista può pure cadere, una donna no.
  • Una donna vale dippiù?
  • Certamente – Gennaro di solito risponde d’impulso, ma poi subito si zittisce.

La ragazza, divertita insiste:

  • E perché? Me lo devi spiegare.
  • Perché – bisognava rispondere – perché una donna ha le cose che ha e le mostra, un fascista mostra le cose che non ha, vorrebbe averle!
  • Ma tu vedi questo qua – ridacchiava la ragazza – se ti sentono!
  • Vorresti dire – Gennaro ci prendeva gusto alla sciogue [=scherzo] e si metteva in confidenza – vorresti dire che uno squadrista ci ha le cose che hai tu? Dimmelo perché… beh forse mi cambierei la testa.
  • Genna’, ripara le scarpe e fermati lì. Potresti prenderti ‘nu liscebusse [=uno schiaffo].
  • Vuoi fare la spia?
  • Sono i muri qui che ci hanno le orecchie

Dopo qualche attimo di imbarazzo la giovane tira un sospiro e chiede quasi sussurrando:

  • Senti… da quando ti sei lavato?
  • Lo sai che sono pulito, da ieri, mi lavo pure con l’acqua fredda e qualche volta faccio persino il bagno caldo col sapone.
  • Sicuro? E… facciamo metà prezzo?
  • Magaraddì [=volesse il cielo], pure gratis te le faccio.

Quando Edoardo prese finalmente la paga di una settimana, i tre amici si ritrovarono all’osteria a mangiare pane, formaggio e salame innaffiati col vino. Edo quella sera si sentiva prisciannare [=essere in vena di feste e allegria], aveva invitato Domenico e voleva solennizzare:

  • Beh stavolta si mangia tutti e tre insieme, l’occasione è speciale, non credo che capiterà di nuovo.

Alla fine della serata erano brilli, Domenico raccolse tutti gli avanzi e li avvolse in un pezzo di giornale.

  • I miei figli ci mangiano stasera. Ama sparagnà [=dobbiamo risparmiare]. E’ difficile andare avanti, siamo in sei. Quando i figli so’ lattanti nemmeno ti accorgi della fame che portano, basta dargli la madre ma poi devi pensarci tu… e mica è facile. Che gli do se non c’è lavoro, latte d’acììdde [=latte di uccello. Sebbene alcune specie di uccelli producano del latte, l’espressione dialettale intende descrivere cibo che non esiste, che non e’ disponibile].
  • Quattro però – lo riprese Gennaro – so’ troppi, Dome’, dovevi pensarci prima. Il Duce vuole i figli che gli servono pe’ fa’ le guerre e poi, mica ci pensa lui. Siamo già ‘nu popolo di pezzigghiunare[=poveri] ma se continua così mi pare peggio dell’India.

Eddò li guardava di sottecchi e ridacchiava.

  • Voi fate tutti la parte delle formiche e non ve ne rendete conto. Quello, che fa i figli per la Patria, pe’ acchiangà [=pavimentare] la casa di ci tène u’ renguddene mmane [=tiene il manico del timone di un’imbarcazione] e quell’altro che vuol fare l’opposizione per migliorare il sistema… Il mondo è come un grosso magnete, ahivoglia a spezzettarlo per separare il positivo dal negativo, il buono dal cattivo, i poli si riformano sempre tale e quale, la società bisogna accettarla per quella che è e farci il proprio interesse. Chissà che non sarò io che so’ u chiù assenagghiate [=sono il più bastonato] e non sono né positivo né negativo a fregarvi a tutti quanti.

Gennaro lo guardò senza speranza.

  • Farsi i fatti propri è come fare i figli per la Patria, è fare il gioco di chi tiene il bastone in mano e non vuol essere disturbato. Tu da solo, non farai mai niente, pigghie [=prendi] solo recchiale [=schiaffi] da tutti.
  • Non te ngarecanne [=non ti preoccupare] – l’altro fece segno con la mano di aspettare e dare tempo al tempo. Dal tavolo vicino una voce l’apostrofò
  • Eddò, nda retta [=non dare ascolto] a Gennaro, che tene l’aggigghie de fa la revoluzione [=e’ eccitato dall’idea di fare la rivoluzione]. E tu? Hai fatto soldi? Ti sei arruolato pure tu per la Spagna?
  • Perché? – chiese l’interpellato – dànno molti soldi a chi va in Spagna?
  • Certo che sì, parecchi.
  • Mah… io non me la sento di andare a sparare agli spagnoli, non mi hanno fatto niente.
  • E resti qui a fare la fame. Io parto tra qualche giorno. Mi hanno già dàto trenta lire per l’ingaggio
  • Ehh, che fai, u generale?
  • Il sergente di fanteria. Mi hanno pure dètto che posso diventa’ maresciallo.

Gennaro s’intromise:

  • Sicchè vai con i fascisti, nah?
  • E che me ne importa dei fascisti e dei comunisti – ridacchiò l’uomo – Io vado dove mi pagano, qui i soldi non mi bastano mai per campare. Lì mi avanzano di grado e di soldi. Vado dove mi pagano. Ioscialadì [=oggigiorno] è quello che conta.
  • A uccidere chi ha ragione e ad aiutare chi ha torto ti basta quella paga? Per ammazza’ la povera gente?

Edoardo era interessato, e divertito allo stesso tempo, dalle fissiature [=fissazioni] dell’amico.

  • Come si fa ad andarci? – chiese al vicino di tavolo.
  • Si va ai fasci rionali e lì si fa domanda
  • E basta?
  • Così pare
  • E con chi è stato al fresco? come si comportano?
  • Non so che dirti, chiedi a loro.

Domenico si era fatto pure lui attento ma non intervenne. E lungo la strada, mentre tornava a casa, non faceva che pensarci, alla Spagna e ai volontari. La casa dove viveva era nu preppedagne [=una casa senza luce, tra piano terra e primo piano], i figli per prendere aria stavano sempre in mezzo alla strada. “E’ anche questa una possibilità, – si diceva – se andassi in guerra, potrei mandare a Lucia i soldi per farci ‘nu cafurchio [=un tugurio] più decente e comprare le scarpe a tutti per la festa, e la biancheria a lei che porta addosso roba che pare di cenarule [=panno che serviva a filtrare la cenere con cui si faceva il bucato]. E pure per me, un paio di scarpe abbottonate, sì, sarebbe bello! E poi al ritorno può darsi che tengono in considerazione questo fatto e mi fanno lavorare. E poi… io contro i fascisti non ci ho niente. So’ tutte fissiature di quelli com’a Gennaro. Se proprio c’è da dare una mano in Spagna a Mussolini… Che c’è di male? Quello, Gennaro, vede tutto coi paraocchi del partito suo, da una parte vede i buoni e dall’altra i cattivi. Sì, lui è ‘na brava persona ma gli altri chi li conosce? E non è che quando vanno a comanda’ loro, ‘sti socialisti fanno peggio dei fascisti? So’ tutti sucagnostre [=scrivani, persone istruite, di penna], non stanno in mezzo a ‘na strada a iettecà [=avvelenarsi]. E pure loro vanno alla Spagna a fa’ vrevugghie [=creare disordini]. Ma sì, si va al fascio rionale…

Le parole del vicino di tavolo dell’osteria gli ronzavano in continuazione per la testa “danno assai soldi, ti fanno avanza’ di grado”, poteva essere la via giusta. Sul vicolo trovò tre dei figli che gli andarono incontro correndo. Lui dette il pacchetto di avanzi da resedia’ [=finire, ripulire] ai due più piccoli che cominciarono subito a litigare, allora li prese per la collottola e li menò in casa:

  • E’ tardi, non potete sta’ sempe [=sempre] in mezzo alla strada, pure alla notte…

Dètte di voce alla moglie che stava scodellando pasta e cavoli:

  • Dalla ai bambini che tengono sempe fame, io ho mangiato co’ Gennaro e co’ Edoardo ché Eddò ha pigliato finalmente la paga di una settimana di manovale.

E senza che la moglie dicesse niente, cominciò a giustificarsi temendo di aver mancato con la famiglia:

  • So’ i miei amici… da sempe. Sime [=siamo] stati amici dalla scuola elementare. Il maestro ci chiamava “I tre moschettieri” tanto stavamo insieme. Io ero nu poco ciuccio alla grammatica, mentre loro riuscivano a parla’ giargianese [=lingua astrusa e incomprensibile] come voleva lui, però i conti io li sapevo fare, pure meglio di loro.
  • Vabbe’, tu dici sempre le stesse cose, Domenico, chi t’ha dètto niente? Ma che vuoi dirmi, qualche cosa? – la donna andò al sodo.
  • Vieni un poco fuori, così parliamo tranquilli.

La moglie uscì sulla porta e lo guardò in ansia:

  • Embè?

Domenico espose il suo progetto ma lei non si mostrò né convinta né entusiasta.

  • Non fa ‘u fafudde [=il frettoloso]. Noi – e fece un gesto circolare verso l’interno della stanza – noi restiamo soli. E se ti sparano, io da sola che faccio con quattro figli?
  • Luci’, mica possiamo continuare così a fare i pizzigghiunare [=straccioni]… E’ meglio rischiare di morire e risolverla una volta per tutte.
  • Già, e poi io – quella s’intestardiva, indicò col mento la tavola dove i figli mangiavano e gli rammendò – So’ quattro e non teniamo parenti. Mia madre e mio padre l’epidemia di tifo se l’è portati, mio fratello non lo so dove sta a fa’ ‘u vrazzale [=il bracciante], e quello che rimane di casa tua è tua sorella che fasce la fruskue [=prostituta].
  • Non ti preoccupare, se io dovessi morire, ti verrà la pensione maggiorata dai carichi di famiglia per i minori. Sarebbe una fortuna per te. Finoggi non ci sono riuscito a darvi sicurezza, vueiesse [=vuoi vedere] che finalmente le cose cambiano. Prima o poi cambiano, vedrai! Vadacchie [=vallo a trovare] come hanno ad esse’ i figli nostri e i figli dei nostri figli! Ma sì, vado in Spagna.

Quella sera parlò, parlò, facendo progetti e raccontando i fatti della lunga amicizia co’ Gennaro ed Edoardo e alla fine, accompagnato dal vino che aveva bevuto, raccolse le braccia sul tavolo, attorno al capo e si addormentò. E si mise a sognare quando con gli amici andavano a stanare le pelose dagli scogli e si arrampicavano sul fortino con le spade di legno per difenderlo dagli assalti dei saraceni, Eddò faceva sempre il pirata e si metteva ‘na pezza nera sull’occhio e poi, la sera del giovedì grasso, la nonna preparava le scagliozze [=polenta fritta] e le popizze [=frittelle di polenta] sul fuoco del camino e loro le divoravano senza sta’ a gegheglia’ [=stare a divagare, perdere tempo], come verruggue [=grilli, cavallette] che saccheggiavano il grano.