Capitolo III
Prima di fargli firmare la domanda di ingaggio, il funzionario che le raccoglieva, chiese, guardandoli interrogativamente da sopra gli occhiali a pizzicotto, (ce spogghiambise [=che sciacallo (colui che deruba i defunti)]! pensò Domenico):
- Avete la tessera fascista?
- No – risposero quasi tutti i presenti.
- Senza la tessera fascista non potete partire, non sarebbero accettate le domande
- Embè? che si fa? – chiese Edoardo esprimendo l’imbarazzo generale
- Beh, firmate le domande e fra due giorni, se saranno accettate, avrete le tessere e il benestare per la partenza.
- Ci avevano dètto che ci avrebbero dàto un anticipo.
- Sì, in tutto centocinquanta lire ma chi ha la tessera, beninteso.
- E a chi non ce l’ha, gliela dànno?
- Centoquaranta lire, dieci per la tessera che dovete pagare.
- Dopodomani?
- Tornate, si vede poi.
- Fuori della sede del fascio rionale i due amici si fermarono e si guardarono in faccia.
- Però questa storia della tessera non mi convince – borbottò Domenico
- Sì tefagne [=sei un cervello vuoto, duro di comprendonio] – lo rimproverò Edoardo – Devono mandare in Spagna i fascisti, no? Se tu non sei fascista, devi diventarlo, se no che figura ci fanno? non si fidano.
- Però… dieci lire – l’altro non si lasciava convincere – ci fregano dieci lire, dieci lire per un pezzetto di carta. Io ci contavo stasera sui soldi. Ho già da paga’ li cuppune [=i debiti] col salumiere, il padrone di casa… ahivoglia! Io tengo i bambini in casa.
- Non te mberzella’ [=alterare] – Edoardo si mise a ridere – Perché? dove li vorresti tenere?
- No, voglio dire – Domenico cercò di spiegarsi meglio – voglio dire che non possono uscire perché stanno allanute [=svestiti], non tengono vestiti né scarpe. E pure mia moglie esce co lu senale [=il grembiule] e lo scialle del corredo.
- Oh Dome’ – sbottò l’amico – tu ti lamenti sempre, si ‘nu malacììdde [=una civetta, chi si lamenta sempre], ci affliggi tutta la die [=il giorno], e non si tu solo a esse’ sfasulate [=essere senza soldi], sììme tutte appezzendute [=siamo tutti impoveriti].
Domenico si zittì, continuarono per un po’ la strada immusoniti, poi secondo l’uso del loro paese cercarono di alleggerire il malumore prendendosi in giro ed esorcizzando la cattiva ventura. Faceva freddo e nessuno dei due aveva cappotto e tantomeno guanti e cappello, ridendo battevano le mani per scaldarsi mentre si fermavano qua e là a guardare le vetrine; davanti a una salumeria s’arrestarono incantati dalla vista dei salumi appesi in mostra. La gente passava carica di pacchetti e Domenico se ne stava immobile, sembrava allucinato da una mortadella che pendeva dal soffitto davanti all’ingresso.
- Acchiamiende [=guarda]! che bella! A me bastano due fette in mezzo a nu cugne [=un panino] – si lamentava.
- Mah – sospirò Edoardo – non vorrai restartene qua tutto il giorno. Andiamo, io forse vado al mercato, può darsi che lì hanno bisogno di un uomo di fatica, se no racimolo comunque un poco di torsoli e di fermagge punte [=formaggio con i vermi], così qualche cosa me la mangio.
Un passante con una specie di gamurro ben tagliato di panno inglese, buttò la sigaretta mezzo fumata e i due si slanciarono per raccoglierla. Edoardo fu più veloce a prenderla e l’amico ridendo protestò:
- Embè? non fa ‘u carecchiale [=l’avaro], pure io fumo, facciamo na tirata per ciascuno…
- Dalonghesì che m’accarre tutte [=non sia mai che porti via tutto] – l’altro lo rassicurò porgendogli il mozzicone.
Tirarono qualche boccata finché la cicca diventò così corta da bruciar loro le dita. Poi soddisfatto, Domenico prese la strada di casa mentre Edoardo non sapendo dove andare faceva pari e dispari ”Vado al mercato o alla caserma di fanteria? Ma sì, vado alla caserma, lì ci sta sempre qualche minzecappììdde [=persona di poco conto] che non tene [=ha] fame. La domenica non conviene, la pastasciutta se la mangiano tutti, iosce [=oggi] è lunedì… c’è speranza di pizzica’ [=trovare] qualche cosa.
Il giorno stabilito i due compari si ritrovarono alla sede del fascio rionale.
- Rieccoli i moschettieri – fece ‘nu palangone [=una persona di taglia superiore, grossa trave] in divisa fascista che passava avanti e indietro attraverso lo stanzone con una pila di carte in mano. Si girò poi verso un ufficio spalancato e si mise a gridare:
- Vestini, Vestini! vieni qua che ci sono i prodi per la Spagna!
Entrò il milite dell’altra volta e tutti i presenti fecero il saluto romano.
- Chiudete le dita quando salutate romanamente – sbuffò u’ chechezzone [=una persona istruita, importante] con impazienza – Con le mani aperte siete ridicoli. Capito??? – alzò il tono guardandoli con un ghigno di disprezzo.
- Sì – rispose Edoardo per tutti gli altri.
- Signorsì – devi rispondere, bestia! – il milite lo gelò nuovamente.
- Sedete e aspettate, il comandante non è ancora venuto. E’ lui che redige le domande e le vista.
- Signor milite – fece una voce piena di cautela in fondo alla stanza – non avrebbe una sigaretta? Così, per passare il tempo.
- Camerata e non signor milite, bestione! Dove vivi tu? Non sai che il Duce ha abolito il “signore”? Siamo tutti camerati – poi, con un ghigno condiscendente – Tiè! prendete le sigarette!
Lanciò verso Domenico che stava più vicino, un pacchetto quasi pieno che aveva raccattato in tasca. Subito tutti attorniarono il fortunato che lo aveva raccolto per fare le spartizioni. Dopo un po’ la sala si era trasformata in una camera a gas.
- Però queste sigarette puzzano assai – osservò chi le aveva sollecitate.
- E che? Non le hai mai fumate? – disse Edoardo – so’ le “Milit” le sigarette dei soldati.
- Due di queste e cominci a cannescia’ [=barcollare]
- Quando le fumi però, nella stanza le zanzare non entrano e… nemmeno altri insetti. Per me vanno bene, disinfettano l’aria – concluse Edoardo.
Entrò il comandante in divisa di Capitano della Milizia (centurione nella gerarchia), era elegante, incuteva rispetto e ammirazione, con gli stivali lucidi e il pugnale al fianco che brillava minaccioso e civettuolo allo stesso tempo. Cominciarono a chiamare gli aspiranti volontari che furono accompagnati uno alla volta, nell’ufficio del Comandante dal milite che ripeteva sempre:
- Salutate bestioni, quando entrate, con le dita accostate.
- Riposo, riposo – rispondeva il centurione senza alzare il capo dalla scrivania. Dopo aver sfogliato qualche carta, aggiungeva, rivolto al milite
- Il fascicolo di costui?
- E’ già lì, comandante, a destra.
- Allora – chiese il comandante, prendendo tra le mani il fascicolo di Edoardo – tu sei Edoardo Calabrò?
- Io, sì
- Bene, tu non hai mestiere pur essendo andato a scuola e non sei mai stato iscritto al Fascio. Sei anche stato in galera per un paio di furti di polli. Però… – si fermò a ponderare meglio la situazione – però non ci sono precedenti politici. Perché vuoi andare in Spagna?
Edoardo avrebbe voluto trovare una risposta all’altezza delle aspettative marziali del funzionario e prendeva tempo ripetendo – Signor comandante…
- Camerata comandante, devi dire! – quello già si spazientiva.
- Camerata comandante, beh… io – si decise a rispondere – non ho lavoro, mi vergogno ma ci vado per vivere, voglio dire, vivere da uomo.
- Allora non vai per fede, per difendere la causa fascista? l’onore della Patria e del Duce?
- Se c’è da combattere, non sono il tipo che si tira indietro, il soldato l’ho fatto, so cosa vuol dire.
- In che anno hai fatto il soldato? in che arma?
- Fanteria, caporale, prima della guerra d’Africa.
Il comandante era già passato a un altro fascicolo.
- Chi è Domenico Terlizzi?
Domenico era entrato in quel momento e fece il saluto romano
- Tu Terlizzi, sei facchino a giornata. Sei sposato con quattro figli. Hai fatto il soldato.
- Sì.
- E dàlle! Signorsì devi dire.
- Signorsì, sono stato nell’artiglieria someggiata.
- Però quando eri ragazzo hai partecipato a scioperi e manifestazioni ed hai avuto zuffe con le camicie nere.
- Ieve guagnungidde [=ero un ragazzino] , sapete com’è, a sedici, diciassette anni si fascene vrvugghie [=creano disordini]. E mi avevano detto tante cose: che i fascisti erano prepotenti, che il Duce era un dittatore… che bisognava fare così…
- E ma perché non ti sei mai iscritto al partito eh? Perché?
- Camerata comandante, così… non ho mai avuto il tempo per pensare a queste cose… la moglie, i figli, il lavoro che non si trova. Poi alla sera sei stanco e non pensi più a niente. Sei sempre stanco, se lavori perché hai lavorato, se non lavori perché hai girato senza mangiare. Ecco perché.
Il comandante era già passato alle altre domande, prima di esaminarle, prese le ultime due e le spostò sul piano della scrivania, poi si rivolse al milite accanto a lui:
- Le domande di Calabrò e di Terlizzi vanno bene, sono accettate. Voi! – alzò lo sguardo verso i due in attesa – potete firmare i documenti per partire volontari in Spagna, andate di là con il camerata milite e fate le cose che vi dirà.
Dopo mezz’ora Domenico ed Edoardo uscirono raggianti e andarono in cerca di Gennaro, gli mostrarono il denaro ricevuto e il foglio per presentarsi in caserma. Domenico pareva mbabbuesciute [=istupidito], rideva e dava pacche sulle spalle del compagno d’avventura:
- Allegro, vecchio pirata, ce l’abbiamo fatta, damodananze [=d’ora in poi], i problemi sono finiti. Beh, io vado a casa a dare la notizia a mia moglie. Ci hanno dàto pure na pagnotta e una scatoletta di carne oltre a un pacchetto di sigarette. Vado a festeggiare con la famiglia.
Gennaro scrollò le spalle e fece un gesto di stizza, come se volesse schiacciare una mosca. Edoardo non sapeva che fare, avrebbe voluto ringraziare l’amico per la generosità con cui l’aveva aiutato in quegli anni ma temeva che ce l’avesse con lui per quella scelta e – Genna’ – cominciò il discorso ma s’inceppò e continuava a ripetere con le lacrime agli occhi – Genna’…
- Non te sì facenne skamazza’ [=ti far ammazzare] – l’altro chiuse drasticamente i convenevoli e lo abbracciò commosso.
- Entro stasera dobbiamo stare in caserma – disse Edoardo – io vado via.
Gennaro raccolse la sua roba e si avviò verso la casa dell’altro volontario, posò la bisaccia davanti alla porta e dopo un attimo di esitazione, tezzuò [=bussò].
- Hai da fare?
- No, entra – rispose Domenico – ti do anche la mia pagnotta e un po’ di formaggio. Ti vorrei far acconciare le scarpe di mia moglie prima di andarmene. Ai bambini gliele devo comprare, non ne hanno proprio.
L’abitazione di Domenico era veramente ‘nu iuse [=un locale senza luce], un vano senza luce diviso da un tramezzo con una scala che portava al minuscolo ammezzato protetto da una balaustrata di legno davanti alla quale si apriva la porta. I bambini più piccoli in genere giocavano lì con i sassi che manipolavano con abilità da prestigiatori. Dal tramezzo usciva ed entrava in ciffà [=indaffarata], la moglie Lucia, ancora piacente nel viso ma disfatta nella persona, per aver molto faticato ed allattato nella sua breve esistenza. Già dall’età di quattordici anni. Indossava il solito vestitino, stile-mendicante, senza colore e con molti arrepiezze [=rammendi]. Si notava che non aveva reggiseno perché le poppe forti le ballavano quando si muoveva. Non aveva vere scarpe femminili bensì degli scarponi maschili deformati a mo’ di ciabatte.
- Lucia, – Domenico la chiamò dal ballatoio, dài le tue vecchie scarpe a Gennaro che te le racconcia, te le fasce virvigghia’ [=rigenerare]
Gennaro depose il banchetto, tirò fuori gli attrezzi e li dispose sulla strada a lato della porta, preparò il marmotto, l’assugghie [=strumento da calzolaio], le puntedde [=i chiodini] e cominciò ad esaminare le scarpe che gli erano state fornite e che erano veramente malridotte. Mentre lavorava si mise a cantare ”Amore, amor, portami tante rose, stasera ancor, voglio le più spinose. Le stringerò sul cuor come stringessi te!”. Non sempre cantava mentre lavorava, era una licenza che si concedeva quando era nervoso, con il giustificativo di rendere più sopportabile la stanchezza. Non aveva mai potuto sradicarsi dal cuore quella che era stata la sua passione giovanile trascurata per mancanza di quattrini. Ora suonava il flauto con la banda locale e girava per le feste e ogni volta il maestro gli faceva i complimenti e gli ripeteva:
- E’ stato ndortamente [=ingiustamente], Genna’, che non hai potuto studiare musica, hai orecchio e passione, se ti avessi conosciuto prima avrei potuto fare qualcosa per te…
I bambini di Domenico quando cantava gli facevano cerchio sedendosi a terra affascinati, specialmente Rafeluccio il più grande, che mbaduesceva per il flauto che lui certe volte si portava appresso. Completato il lavoro, Gennaro si girò e rigirò le scarpe tra le mani, strofinandole per dare un po’ di vita alla pelle scalcagnata. Le guardò ben bene con la testa inclinata, poi le posò a terra e andò alla fontanella a nettarsi con cura fino al gomito. Quando fu certo di essere ben pulito, tornò al panchetto, prese il pane con il formaggio che l’amico gli aveva preparato e lo mangiò sorseggiando dalla bottiglia di vino che gli aveva messa accanto. Alla fine si forbì con il dorso della mano e bussò alla porta. Entrò con le scarpe appaiate in punta di dita:
- Ecco, Luci’ – disse – guarda che pellalusce [=pelle lucida]! so’ tornate quasi nuove.
- Ma veramente! – rispose la donna con ammirazione – bravo! Quanto ti dobbiamo?
- Questo è un lavoro di dieci lire – puntualizzò un po’ scacamargiante [=come a volersi vantare] il ciabattino battendo il dorso della mano destra sulle scarpe – ma siamo amici, mi avete dàto pure da mangia’ e da bere, mi vanno bene cinque lire e una sigaretta.
Intascati i soldi e rimessa a posto la bisaccia, si accese la sigaretta e si preparò al distacco.
- Buona fortuna Dome’, che ti devo dire? Verrò qui a chiedere notizie di tanto in tanto.
- Sì Genna’, mi raccomando, passa da qui a dare un’occhiata alla mia famiglia, se mai avessero bisogno d’aiuto e… – fece una pausa d’intesa – non perderai il tuo tempo, parola di Domenico.
- Non ci pensare, siamo o no amici? – l’altro rispose abbracciandolo. Poi mise la bisaccia a tracolla e si allontanò.
La tavola di Domenico quel giorno fu ricca.
- Ragazzi – disse il padre pieno di orgoglio – ci sono i maccheroni col sugo, le polpette e se siete buoni, forse pure un pezzo di pecorino e una fetta di mortadella di Bologna e poi… un bicchiere di vino per tutti!
- E’ festa, è festa! – strillò Ninuccio di cinque anni correndo attorno al tavolo finché non gli arrivò ‘nu mafone [=uno schiaffo] materno che lo fece sedere a terra a skamizza’ [=piagnucolare]
- Basta sta cazzamorra [=folla congestionata che protesta], andate a mangiare!
I bambini continuarono a guardarsi di sotto il tavolo le scarpe nuove che non avevano mai avute così fiammanti (un paio scalava dal più grande al più piccolo sfiorando l’eternità) e, quando finirono quel pasto regale come si faceva solo a Natale, scapparono fuori per mostrarle a tutta la strada. Domenico e Lucia, rimasti soli, si guardarono in faccia – Senti – cominciò il marito con lo sguardo mbecuate [=infuocato] dal vino – domani me ne vado, può darsi che torno e può darsi che no; una guerra civile, dice Gennaro che è terribile. Vogliamoci bene per un’ultima volta.
- Dalonghesì [=non si sa mai] che non torni, Dome’, però non mi lascia’ incinta un’altra volta. Che faccio io, sola? Ne tengo già quattro.
Quando cominciò a scuresce [=imbrunire], Domenico baciò Lucia e i bambini uno per uno, ripose le loro fotografie nel portafogli e si avviò con un sacchetto sulle spalle. Mezz’ora dopo, varcava il portone monumentale della caserma ostentando il foglio del fascio rionale.
Va’ dritto avanti e poi piega a destra, aspetta lì – gli disse il caporale. Venti o trenta passi più avanti, Edoardo si avviava anche lui con un sacco in spalla.
