Capitolo IV
Gennaro si svegliò stanco, ma non nelle braccia, era nella testa che si sentiva una specie di vuoto malinconico, quell’abbandono rassegnato che ti prende quando ti accorgi che stai perdendo una partita. I ricordi occupavano disordinatamente tutti gli spazi del suo pensiero fino ad allora ordinato con il filo logico ritagliato dalle regole politiche che aveva abbracciate. Era confuso. Tanti disoccupati si affrettavano ad indossare le divise, ma non era quello che lo turbava, lui ci era abituato a vivere tra quelle presenze dissociate, isolate nella loro altalena di bisogni sempre insoddisfatti, ciò che lo spaventava dippiù era l’informe con e senza uniformi che sentiva concretizzarsi, quella minaccia che si allungava verso il futuro del paese, il magnete di Edoardo, il suo mondo senza divisioni tra bene e male, destra e sinistra, positivo e negativo, la promessa di una chiave miracolosa per accedere ad un benessere infinito, un tesoro, una vita senza pensieri. Quella prospettiva gli dava malessere e lo induceva a rifugiarsi nel contrappunto controluce dei ricordi, nella contemplazione dell’universo misterioso ed ostile del suo mare, la vita del suo borgo, le stradelle luminose di calce e gli scogli dove con gli amici, quando erano bambini, andavano ad aspettare le navi saracene. Il paese natìo è prodigo di conforto per chi lo ama. Lungo la costa adriatica del sud si susseguono sempre gli stessi temi figurativi: le casette bianche con la roba stesa, le reti dei pescatori, il fischio della sirena dei pescherecci, un campanile romanico, una semplicità d’insieme che preserva l’animo dal rifiuto che ci prende per ciò che vediamo continuamente attorno a noi. Il ciabattino con la bisaccia in spalla, ci tornava spesso, quasi senza accorgersene, nel fare il suo giro, nei vicoli che frequentava un tempo per inscenare le allegre battaglie delle storie eternamente incompiute dei pirati, ci tornava per trovare la forza per andare avanti nella sua vita difficile e faticosa e anche quel giorno ci tornò per cercare conforto e rappacificazione. C’era un vento fresco e affilato che ndrevegghiava [=disturbava] e spingeva le onde contro la terra, le nuvole nell’aria parevano lottare con la luce per impadronirsi del cielo, era un tempo che non serviva a rasserenarti l’anima.

- Mha! che brutta giornata – Gennaro borbottava di traverso, vedendo l’acqua grigia di tempesta lanciarsi con le spume rabbiose contro la terra assaltando le imbarcazioni ormeggiate a riva come se volesse impadronirsene, non riusciva proprio a liberarsi dei suoi umori di contraggenio e si lamentava – Ma guarda… di pioggia ne farà sì e no na lambatura [=pioggerella lieve] ma per come si presenta la mattina pare quasi che arriva la fine del mondo! ‘nu sebbisse futte futte [=un inferno di furbi]! Mi sento un cattivo presentimento.
Il banchetto in preda al vento gli rendeva difficile il lavoro, mentre i diasiglie [=discorsi lunghi e oscuri] e le recriminazioni continuavano a girargli per la testa.
- Tiè, che strani gli uomini, i cani se hanno fame si mettono insieme per cacciare e gli uomini che fanno? Vanno ad ammazzare gli altri che tengono fame come loro. La scelta del cane è logica, il cane ce l’ha scritta nella testa da sempre, non può essere discussa, invece l’idea che l’uomo sia responsabile delle cose che fa rende gravi i suoi atti, li affida alla memoria, per giudicarli… è il libero arbitrio, dicono i preti. Le decisioni dei cani sono momentanee, non hanno scopi lunghi, si esauriscono lì per lì e nessuno ne chiederà mai conto. Ma sarà vero che l’uomo è libero di scegliere? Per essere libero devi averne coscienza e devi avere a disposizione scelte differenziate, ma gli uomini non sono tutti uguali. Chi è ricco e potente sì, può scegliere quello che vuole e sa che può farlo, poi ci sono alcuni, i borghesi, quelli piccoli che il più delle volte sanno e fingono di non sapere e poi ci sono i poveracci come Domenico ed Edoardo che se pure sanno non hanno altra scelta comunque. E’ così o mi sbaglio?…
- Tieh… e quello cos’è?
E mentre borbottava era rimasto con la mano sospesa e la bocca spalancata lasciando cadere le puntedde [=chiodini] che teneva pronte per essere messe sotto il martello. All’andrasatte [=all’improvviso], dalla nebbia era uscita come la sagoma scura di una imbarcazione, ma non era l’illusione di un galeone, come gliene apparivano una volta, sembrava una nave da guerra con torrette e cannoni che correva e si sfilacciava tra le nubi. Che strano presagio!
- Te’, che ho dètto? Agghiefede [=abbi fede] – commentò il ciabattino – agghiefede che succede qualcosa, chissà che cosa! – e non sapeva se essere spaventato o divertito.
I giorni seguenti passarono così, attraversati dall’attesa grigia degli eventi, Gennaro andava sempre a casa di Domenico a chiedere notizie e finalmente una mattina trovò Lucia in ansia sulla porta:
- Genna’, c’è una lettera, la scrittura la conosco, è di Domenico ma io non so legge’ e mio figlio più grande non la capisce.
Il mittente: artigliere Domenico Terlizzi e c’era l’indirizzo militare ma non si capiva se era Italia o Spagna.
- Sì, è lui.
- Beh leggi, se tu la capisci la scrittura – la voce di Lucia si era fatta bassa e trepidante.
La busta fu aperta e Gennaro lesse: poche notizie, Domenico si trovava a fare esercitazioni in una base italiana, stava bene e soprattutto mangiava bene; a breve avrebbe avuto la prima paga (£200) e l’avrebbe spedita a casa. Diceva anche alla moglie di andare al fascio rionale perché lì avrebbe avuto aiuti e sussidi. In chiusura della lettera li informava che Edoardo era già partito per la Spagna.
- Che benedizione quella Spagna – disse la donna stringendo al petto la missiva – Ci pensi? Duecento lire! Staremo bene con i bambini, non sappiamo che ci darà il Fascio. E poi dicono male dei fascisti.
- Vacci, cra crammatine [=domani mattina], Lucia, di’ che hai quattro figli e che hai bisogno di aiuto, insisti, non ti fa’ chiesce [=zittire].
Gennaro fece una pausa, voleva aggiungere qualcosa ma poi rinunciò – Io me ne vado in giro, per lavorare. Ci vediamo tra qualche giorno.
- Genna’ se ti trovi in ristrettezze – la donna si era messa in cerimonie per ricambiare l’amico del marito – se hai bisogno, vieni da noi. Se possiamo…
- Luci’ non ti preoccupare, nei prossimi giorni devo fa’ le prove con la banda per la processione della Madonna e per la festa, se ne parla più in là.
- Che suoni? il flauto?
- Eh sì, lo suono bene anche. Il maestro dice che se avessi potuto studiare, sarei diventato, chi lo sa? un artista… famoso. Ormai so’ grande, dove vado a studiare? E senza soldi. Dovrei avere tempo da perdere e come mangio?
- Eh già, hai ragione, Genna’.
Il ciabattino riprese sospirando il suo giro per le strade del quartiere e si mise anche a cantare di rabbia.
Lucia, il giorno dopo, si recò al fascio rionale con i suoi tre figli minori, ché l’altro ormai andava a bottega dal fornaio a imparare il mestiere.
- Sono la moglie del volontario Domenico Terlizzi – si presentò cercando di darsi un tono capallììrte [=attento, vigile].
Il milite al servizio del comandante la squadrò con aria marziale
- Sedete là, vi chiamerò tra poco.
Quando fu ammessa nell’ufficio attiguo, con rito burocratico le fu chiesto di nuovo
- Allora, siete la moglie del volontario Terlizzi?
- Sì – rispose Lucia che cominciava ad intimidirsi per tutto il cerimoniale
- Dovete darmi tutte le generalità e la situazione familiare. Rispondete esattamente alle mie domande.
Dopo circa dieci minuti, l’uomo a interrogare e la donna a rispondere dando contemporaneamente screfegghiune [=schiaffoni] ai tre vastasììdde [=maleducati] che mettevano le mani sulla scrivania, il milite rilesse le notizie trascritte e chiese alla donna se fossero esatte oppure no: età 25 anni, quattro figli di anni tre, cinque, sette, dieci. Genitori deceduti. Nessun precedente penale.
Alla fine della lettura il milite fece cenno a Lucia di seguirlo ed entrarono tutti insieme nell’ufficio del centurione mentre i bambini come verrueggue [=cavellette, grilli] e vermegghione [=vermetti del grano] si infilavano dappertutto.
- Chi sono questi? – chiese il capo scombussolato dalla cazzamorra [=folla congestionata che protesta].
La moglie e i tre figli di un volontario, Domenico Terlizzi, partito giorni fa per la Spagna. La signora vuole fare una supplica perché è povera e non ha parenti.
- Bene, bene – sbuffò il centurione con tracotanza – ora vediamo cosa si può fare – e assunse un pomposo cipiglio, come se dovesse decidere una dichiarazione di guerra. Aggrottò le sopracciglia e lesse i dati che il milite aveva trascritti. Poi, alzando la testa, con voce imperiosa chiese – I bambini vanno a scuola?
- Uno va già a bottega ma sa leggere e scrivere, è andato a scuola fino alla terza elementare, poi non ho più potuto mandarlo, è molto abbasate [=giudizioso]; questo – la donna poggiò la mano sulla testa del bambino di sette anni – va a scuola e fa la prima.
- Un poco indietro direi!
- E’ ripetente, non ci è portato allo studio – ammise con modestia la donna
- Possiamo fare qualcosa per voi! – annunziò con importanza magnanime il centurione – far dare la refezione al piccolo che va a scuola e il necessario per studiare. L’altro che va a bottega possiamo farlo entrare in un collegio per i figli dei reduci e là riceverebbe istruzione, un’educazione fascista e imparerebbe un mestiere.
- E’ lontano il collegio? – chiese Lucia
- Nelle Marche, parecchi chilometri da qui ma… due volte al mese ci sono gli autobus gratis per i genitori. Occorre però il consenso scritto del padre. A questo comunque ci penseremo noi tramite le autorità della milizia.
- Io, signor generale, – tentò di dire Lucia subito interrotta
- Non sono generale, sono centurione.
- Sì, insomma signor ci… ce… comandante, io ho bisogno di un aiuto immediato – perché i soldi a casa li portava mio marito e non so quando mi potrà mandare la paga.
- Capisco, va bene – concordò l’ufficiale assumendo un’aria enigmatica, poi, rivolto al milite – accompagnala dal fiduciario e falle assegnare un sussidio di cento lire.
Al grido di Gennaro, Lucia si precipitò sulla porta, l’uomo la salutò e le porse un sacchetto:
- Tiè… Dalli ai bambini, so’ picciuatiedde [=tarallucci] che ho preso alla festa. Ed anche queste – estrasse dalla tasca un cartoccio – sono arachidi e noccioline.
- Grazie, perché non entri, Genna’? – la donna era ansiosa di parlargli di ciò che le avevano dètto al Fascio
- Luci’, a parte che ci ho fretta, che devo anda’ a riparare tre paia di scarpe nella contrada, ho visto le solite trettevegghie [=pipistrelli] che ti volene sbrevegna’ e stonne a spia’ [=ti vogliono svergognare e stanno a spiare]. Dopo il tramonto torno e m’indrattiene [=m’intrattengo].
Si salutarono mentre l’uomo si affrettava all’appuntamento con i clienti. La vita di Lucia per un verso era diventata più facile, per un altro, senza il marito, si sentiva struscere [=consumare]. I bambini le procuravano molto daffare, la sera era stanca eppure aveva cominciato a soffrire di un male da benestante. Lei nemmeno lo sapeva quale fosse il suo male, era stata la vecchia biatedde [=beghina] che abitava ai piani nobili della casa di fronte che glielo aveva spiegato. Donna Cristina era vissuta sola da sempre, con la piccola rendita di alcuni appartamenti che le erano rimasti di una proprietà un tempo cospicua. Tutti la conoscevano e la rispettavano nella stradella e lei si fermava a parlare con tutti. A Lucia chiedeva se il marito lavorava e se i bambini andavano a scuola e avevano fatto la parotite e il morbillo. Dacchè Domenico era partito cercava di consolarla:
- Che è successo, Luci’? Ti vedo sfennequate [=dimagrita in viso], hai avuto notizie?
- Signorina, non mi sento bene, non dormo alla notte e mo’ che tengo da mangiare non tengo fame. Certe volte mi metto a piangere come ‘na sciacquatììre [=un trasportatore di acqua] e non so perché.
- E’ la solitudine Luci’, io è una vita che ne soffro.
La solitudine? era la prima volta che Lucia ne sentiva parlare di quella malattia. Per questo non vedeva l’ora di sentir arrivare Gennaro per discutere con lui e farsi un po’ di compagnia. Ad ogni nuova lettera di Domenico lo invitava a cena, quello leggeva e poi tutti insieme commentavano il contenuto delle missive e si consultavano sulle decisioni da prendere. Arrivarono i primi vaglia, poi la lettera in cui Domenico annunziava che stava per partecipare ai combattimenti al fronte. Edoardo era diventato una specie di eroe, aveva preso parte a diversi scontri sanguinosi ed era stato proposto per una decorazione.
- Al solito – aveva commentato Gennaro – ha fatto sempre ‘u sbrafante [=sbruffone], quando si giocava a fare i saraceni nat’ ‘e poco e ci accideve [=mancava poco che ci uccidesse].
Quella lettera era stata oggetto di lunghi commenti e dissensi. Domenico diceva di mandare il ragazzo più grande in collegio e i più piccoli all’asilo. Sarebbero cresciuti meglio ed avrebbero avuto un’ educazione civile che i genitori non erano in grado di dar loro. Nella busta c’era una dichiarazione autografa che serviva per il collegio
- Genna’ – Lucia stava a gegheglia’ [=divagare] – io non dico che non è un bene, ma io resto proprio sola.
- Però Luci’, non ti fissa’ con le cose de ‘sta biatedda [=beghina], nessuno è mai morto di solitudine e poi solo il grande ti mancherà, gli altri vanno a scuola, poi tornano
- Non è quello che mi preoccupa, non lo so…
- Senti, dà adenzie [=retta] a me, ti conviene – l’amico insisteva – L’unica cosa è che quello diventerà fascista, questo sì che è grave – concluse desolato – però non c’è altro da fare.
La donna non capiva quell’ultima questione
- Io di queste cose non mi ci raccapezzo, ma tu che ci hai contro i fascisti?
- Quando avremo tempo cercherò di spiegartelo. Ora ho portato la focaccia calda per i ragazzi, non ci guastiamo il sangue per certe cose. Ho portato pure il vino e la salsiccia di cavallo.
- Io ho fatto il pane – si rallegrò Lucia – l’ha infornato Rafeluccio e me l’ha portato con la bicicletta del fornaio. E’ bravo, è il garzone più svelto del rione.
I ragazzi fecero festa poi, uno alla volta, si addormentarono con la testa sul tavolo mentre la madre cercava di ravvivare la conversazione che si spegneva e dava ‘u ndrattiene [=chiacchiera] all’ospite.
- Ma tu Genna’, vivi solo? Non hai pensato a sposarti?
- Sì, vivo solo in una stanza che manco nu screfuette [=buco, tana]. Cara mia, come faccio a sposarmi se non riesco a mangia’ io, come riesco a sfama’ una famiglia? se ‘u berzecchine è vacante [=portamonete e’ vuoto]? Qualche volta ci ho pensato… una brava ragazza – la sua voce sfumò nel vago dei ricordi ormai allontanati – ma poi ho rinunziato. Qua se non cambiano le cose…
Quell’allusione era l’epitome della sua vita e del suo pensiero.
- E che deve cambia’, Genna’?
- Tutto Luci’, tutto… compresa la capa della gente. Pure la tua che pensi che stai sola e non vuoi mandare i figli ad istruirsi e Domenico che sta in Spagna a fa’ u guerriero per quattro soldi ed Edoardo che chissà che s’è messo in testa.
Gennaro si zittì sospirando e dopo un po’ si decise:
- Beh, ti auguro buona notte!
- Sì, buona notte – la donna con aria assonnata lo licenziò tornando a insistere – Però prima o poi me lo devi spiegare che significa che uno è socialista e un altro è fascista. Grazie di tutto, eh?
L’indomani il milite portò a Lucia i documenti per il sussidio e quelli per il ragazzo da mandare in collegio. Dètte uno sguardo in giro e si rese conto della povertà della famiglia.
- Da quando abitate qui? – si informò
- Da quando ci siamo sposati
- A maggior ragione dovete mandare il ragazzo in collegio, qui i bambini non stanno bene. E’ un ambiente malsano
Lucia la prese come una offesa: – Perché? Io sto bene forse? E mio marito sta bene a combattere?
- E’ volontario vostro marito – la rimbeccò severamente il milite facendola irritare ancora di più.
- Seeh! Volontario! Un povero può essere volontario? Se sei povero non puoi scegliere niente, nemmeno quello che ti devi mangiare a mezzogiorno.
- Io ho portato le carte – di fronte e quegli argomenti il milite quasi si scusava – non è mica colpa mia. Non so’ ricco manco io, non tengo addo’ cade’ muorte [=non avere dove morire, non aver nulla] pure io, certo, però voi state proprio ai piete de Criste [=malmesso economicamente]… Appedenne [=percio’] – aveva cominciato a parlare pure lui la lingua comune del posto per farsi percepire come amico – Se posso fare qualche cosa, la farò. Innanzi tutto vi avverto che ditziofacte [=ipso facto] potete prendere il sussidio… lo sapete che le pratiche sono lunghe ma io ve le faccio abbreviare. Tornerò di tanto in tanto per vedere se vi serve qualche cosa.
Gennaro quando seppe della visita del milite e del condranosse [=contrasto, chiarimento] che avevano avuto, si mise a ridere.
- Lo vedi? stai diventando socialista pure tu.
- Ah sì? e perché? – Lucia non sapeva se allarmarsi o essere contenta di essere diventata un po’ socialista perché forse essere socialista voleva dire che i poveri devono alzare la testa
- Te l’ho dètto – ribadì il ciabattino – a essere socialista lo devi sentire, lo capisci da sola se lo sei oppure no perché cominci a spiegarti le cose.
Le visite del milite e di Gennaro si alternarono per un po’ di tempo. La donna si lasciò anche convincere a fare domanda per ottenere un’abitazione popolare. L’amico di Domenico era il suo scrivano ufficiale ma anche, all’occorrenza, consigliere e attane [=padre] per i bambini. L’ultima lettera di Domenico portava una controscritta ”verificato per censura” e la busta era stata aperta e poi richiusa con una fascetta. Vi si narrava di una battaglia molto cattiva e alcune righe erano state cancellate con l’inchiostro nero. Si chiedevano notizie di Rafeluccio e del collegio e se tutta la famiglia mangiava abbastanza e in chiusura si ringraziava Gennaro per l’aiuto che prestava.