Il flauto e il capitale

Capitolo V


Quel pomeriggio Gennaro era arrivato più presto del solito e stava scrivendo la missiva di risposta in un angolo. In bella mostra c’erano la divisa da balilla che il Fascio aveva dàto per il ragazzo destinato al collegio e pochi altri indumenti pronti per essere messi in valigia. L’indomani era prevista la partenza. Si sentì bussare con autorevolezza, Gennaro capì e si girò di spalle.

  • Proprio mo’ doveva venire ‘stu cazzapete [=questo schiacciasassi] – mormorò.

Entrò il milite che curava la pratica di Lucia.

  • Bene – disse vedendo la divisa del bambino – vedo che vi siete preparati. I ragazzi devono indossare la divisa domani. Alle otto, puntuale eh! davanti alla Casa del Fascio. E state tranquilla – aggiunse in tono amichevole – i piccoli sono accompagnati da una maestra fascista e sorvegliati da due militi. Non temete nulla.

Si fermò con aria interrogativa e, indicando Gennaro, chiese:

  • E’ un vostro parente?

Gennaro si girò e subito fu riconosciuto:

  • Ah! sei tu, De Lucia? E che fai qua? Nella casa di un legionario di Spagna? Non è il posto tuo, questo! Hai dimenticato ciò che ti disse il comandante? ehhh!

Lucia intervenne con decisione :

  • E’ un amico di infanzia di mio marito, l’unica persona di cui mi fido. Mi aiuta perché non so leggere e scrivere. Legge le lettere di mio marito e io gli detto le risposte. Perché non può venire? Non fa male a nessuno.
  • Per intanto – fu l’imperiosa risposta – se avete bisogno di leggere le lettere, potete venire al Fascio ed anche per scriverle, poi, non vedo che altro aiuto possa darvi quest’uomo. E’ un sovversivo e non gli è consentito di andare in giro a far propaganda in casa di legionari. Non si regge la cosa: il marito che difende la causa fascista in Spagna e in casa viene un socialista a far propaganda sovversiva… e forse a carpire notizie per passarle… a chissà chi.
  • Milite – Gennaro cercò di discolparsi – io di cose così non ne ho mai parlato qui e questa donna sa che non sono fascista. ‘Ste cose ve le inventate, non potete vietarmi di praticare la casa di un amico di sempre.
  • Parlate solo se siete interrogato! – lo fermò bruscamente il milite – Non siete voi a giudicare quello che si può e quello che non si può fare, quello che si deve e quello che non si deve… E voi, buona donna, – si rivolse ancora verso Lucia – siete la moglie di un legionario, non potete accettare in casa quest’uomo. Riferirò al comandante e sarà lui a prendere le opportune decisioni.

Ditziofacte [=ipso facto] andò via salutando romanamente l’uditorio annichilito. Rafeluccio che intanto era entrato in casa in punta di piedi per non disturbare lo sproloquio du scassamagghione [=dello schiacciasassi], chiese:

  • Ma che cos’è un sovversivo?
  • Non lo so, non chiedere a me – rispose la madre e Gennaro: – So’ io il sovversivo, Rafe’. Quelli là – aggiunse per avvertire Lucia – quelli mi impediranno di venire, lo so… Io non voglio crearvi seccature per colpa mia. Forse restate veramente soli se non vengo più ma sarà necessario.
  • No, Genna’ – tagliò corto la donna – questo non possono farlo, no, no… Se ti impediscono di venire di giorno, beh… verrai di notte, all’ascuse [=di nascosto].
  • Che dici Luci’, sa che discia-disce [=chiacchierone], tu non si’ na baggianedde [=una donna leggera], non bisogna mettersi in bocca a chi fercenesce tutta la die [=taglia tutto il giorno].
  • Genna’ queste cose non mi toccano, so’ testimoni i bambini che io ho la coscienza pulita. Agghifete [=abbi fede]…
  • Non vorrei che Domenico tornando dovesse avere a rimproverarmi qualcosa. Non è solo dei fascisti che bisogna guardarsi per non farsi ngarama’ [=impigliare]. Ci sta soprattutto ‘u ruscia-rusce [=vociferio] di quelli che tengono la paluscene [=muffa] sull’anima. Luci’ – Gennaro concluse con avvedutezza – senti me, damodananze [=d’ora in poi] vienimi a parlare quando lavoro in mezzo alla strada, lì ti leggo le lettere e mi dici che cosa devo rispondere, poi me la vedo io.

Passò del tempo senza che fosse disturbato dai fascisti, né tampoco Lucia ebbe problemi chè anzi, in quel periodo non aveva di che esse’ appenzuate [=preoccupata]: il figlio maggiore aveva già dàto notizie dal collegio e sembrava contento tanto che manifestava l’intenzione di restare lì fino al compimento della sua istruzione. I piccoli ogni mattina andavano all’asilo col grembiulino e il cestino della colazione. A scuola l’altro ci andava quasi sempre in divisa da balilla perché era l’unico figlio di legionario ed era diventato una specie di simbolo vivente delle virtù militari ed etiche del perfetto italiano. Domenico aveva fatto sapere che Edoardo si trovava in ospedale gravemente ferito ed era stato decorato con una medaglia di bronzo. Poi, nella stessa lettera c’era un rigo cancellato e non si capiva cosa ci fosse scritto. Più sotto Domenico aggiungeva che forse, dopo la prossima battaglia lui sarebbe passato in retroguardia per riposare e avrebbe avuto una licenza, ma dipendeva dagli eventi. Gli era stato assegnato un premio per il suo comportamento ed allegava un vaglia addirittura di cinquecento lire. Dopo questa lettera calò il silenzio. Lucia era in ansia e fece scrivere tre volte da Gennaro, l’ultima al comando militare, senza nessun esito. Alla fine si recò alla Casa del Fascio tutta agitata dal lungo silenzio del marito e lì, il comandante, tramite il solito milite, le fece sapere che ci sarebbe stato l’interessamento diretto del Federale e che presto avrebbe avuto notizie. Però i giorni continuavano a scorrere e niente… Il milite veniva più spesso di prima, alla solita ora, ma non s’incontrava più con Gennaro che di lì ci passava la mattina presto, prima di cominciare il giro dei clienti. Leggeva se c’era da leggere e poi andava a scrivere tenendosi lontano dalla casa di Lucia. Qualche volta, di sera, si fermava a bere un bicchiere di vino e subito andava via. Una mattina, era l’alba, sentì bussare, chiese dormendo chi fosse ma nessuno rispose. Bussarono ancora e poi ancora con maggior decisione e questa volta, alla richiesta di qualificarsi, una voce imperiosa rispose:

  • Aprite!!!

Gennaro capì e si alzò: erano due militi in divisa

  • Gennaro De Lucia, siete voi?
  • Sì, sono io
  • Dovete venire alle otto alla Casa del Fascio. Se mancate vi faremo prelevare dai carabinieri.

Alle otto Gennaro era in anticamera, stava poco da sfalzeca’ [=cambiare le carte in tavola].

  • De Lucia Gennaro! – urlò il milite
  • Eccolo!- gli fece eco il convocato alzandosi.
  • Venite

Il comandante stava passeggiando nel suo ufficio con ritmo impaziente ed imperioso, sedette alla scrivania, prese un mucchio di fogli e disse:

  • De Lucia, vi avevo avvertito! Voi non mi avete dàto ascolto. Per prima cosa: frequentate la casa di un legionario con scopi sovversivi e… chissà che… Poi, ho qui delle testimonianze sottoscritte da diversi camerati. Attestano che voi, approfittando del vostro mestiere di ambulante, fate propaganda antifascista. Ve ne leggo qualcuna e, badate che sotto a ciascuna c’è la data e il luogo dove avete parlato – E qui cominciò a cantilenare: ”il ciabattino ha affermato che non è giusto spendere denaro per mandare le truppe in Spagna mentre in Italia si muore di fame”.

Si fermò, scelse un altro foglio e riprese la recitazione: ”Il ciabattino ha dètto che i fascisti sono ‘na nghiemmata [=una combriccola, gruppo] di prevaricatori e sono anche ridicoli con le loro cimagghie [=parte centrale dell’insalata] in fronte”.

E poi ancora: “il ciabattino ha dètto: ma che Duce e Duce, quello è nu gardììdde fafelluse [=un galletto che si agita senza concludere niente], nu pagghiuse [=un mossista, casinista] come tutti gli altri fascisti; questi ci faranno solo patescia’ [=soffrire]”.

E ancora: “il delitto più insopportabile è che costringono i bambini a portare le divise da balilla e avanguardista e li inducono a pensare tutti allo stesso modo, come loro”.

Il comandante prendeva ora l’uno, ora l’altro dei fogli che aveva davanti, la scrivania ne era tappezzata e Gennaro era rassegnato a subirne tutto il peso punitivo, non fiatava e nemmeno ascoltava più, a un certo punto capì che la requisitoria era finita dal fatto che sentì:

  • Allora, che ne dite, De Lucia?

Toccava a lui rispondere ma per dire che? La sua partita era persa e bisognava comunque provare a discolparsi in qualche modo. E quindi cominciò a parlare seguendo solo l’ispirazione dell’istinto di ripicca.

  • Può darsi che abbia detto cose simili, però bisognerebbe ricostruire tutto il discorso e non riportare solo qualche frase, egregio comandante. Perché quella gente avrà pure parlato, qualcosa l’avrà dètta, e mica parlavo da solo, allora sarei scusato perché sarei matto. Avranno espresso dubbi e fatto critiche pure loro e non mi hanno mai contestato. Anzi, che io ricordi, annuivano, erano d’accordo. E dov’è quello che dicevano loro?
  • A noi interessa quello che dicevate voi, la testimonianza della vostra attività sovversiva. Sono prove queste. E noi, responsabili fascisti, vi dobbiamo deferire al Tribunale. Lì decideranno… Noi facciamo il nostro dovere di difensori della dottrina fascista, che non può essere messa in discussione da un ciabattino.

Il centurione concluse con un gesto sprezzante delle dita che sembravano voler sfarinare e distruggere il valore etico e sociale dell’infimo mestiere praticato dall’imputato.

  • Andrete in Tribunale, De Lucia, vi avevo avvertito – ‘u capezzone [=l’autorita’] ribadì con forza.
  • Questo l’ho capito – replicò Gennaro rassegnato – quello che non capisco è perché lo fate, perché vi accanite contro un ciabattino. – E replicò il gesto sprezzante con cui il comandante aveva demolito la dignità del suo mestiere – Tutti sparlano, lo sapete, non sono il solo.
  • Voi siete un sovversivo e il regime fascista si deve difendere dai tipi come voi. Tenetevi a disposizione. Non abbandonate il paese per nessuna ragione. Potete andare.

Gennaro ormai rassegnato al peggio, al tramonto si recò a casa di Lucia e l’avvertì di quanto gli stava succedendo. La donna mentre lo ascoltava si fece pallida:

  • Ecco, – disse spaventata – se ti condannano, noi restiamo soli. Proprio ora che il ragazzo sta al collegio. Almeno tu ci davi conforto. Degli altri mica mi fido.

L’uomo restò un attimo a guardare i tre bambini che giocavano e provò una pietà accorata che non riusciva a provare per sé stesso. Lui si sentiva forte ma “Che succederà a loro, acquaciadanne [=da qui a cento anni] me ne devo andare?” si chiese desolato.

Due giorni dopo venne il milite a convocare Lucia in compagnia di un parente alla Casa del Fascio, per comunicazioni urgenti. E l’indomani la donna era lì con i bambini e con Gennaro azzicche [=vicino]

  • Voi non avete parenti? – le chiese il comandante – preferisco parlare con loro.
  • Io non ho parenti, ve l’ho già dètto, c’è qui un amico di mio marito che gentilmente mi ha accompagnata.
  • Fatelo entrare – disse il centurione al milite di servizio.

Ma appena vide entrare Gennaro, scattò:

  • Arrète [=un’altra volta]? chi vi ha fatto entrare?
  • Il milite, camerata comandante
  • E siete voi l’unico amico della donna?
  • Pare proprio di sì – rispose Gennaro stringendosi nelle spalle e guardandosi attorno per assicurarsi che non ci fosse nessun altro nella stanza. Il comandante rimase in silenzio, poi, dopo aver fatto un sospiro di rassegnazione, rivolto alla donna, disse:
  • Devo parlare con… questo qui – additò sconsolato Gennaro – accomodatevi di là, vi chiamerò fra qualche minuto.
  • Allora – esordì con una pausa il centurione contrariato e innervosito, allorché Lucia fu uscita dall’ufficio – giacche’ siete l’unica persona di fiducia della signora, assolverete voi questo compito

Si fermò per dare un respiro profondo, Gennaro che era già allarmato, aveva capito e stava zitto aspettando con rassegnazione ‘u chiangone [=un grosso masso] che stava per abbattersi sulla casa di Lucia.

  • E’ un dovere spiacevole che avete – il comandante aveva ripreso a parlare – ma dovete comunicare alla signora che suo marito è morto da eroe in combattimento. E… i suoi effetti personali, reperiti sul campo di battaglia, saranno consegnati tra qualche settimana. Alla memoria del caduto Domenico Terlizzi è stata concessa la medaglia di bronzo al valor militare che sarà consegnata alla vedova nella cerimonia che si terrà al momento e nel luogo opportuni.

Il comandante s’era fermato e scrutava l’effetto del suo discorso sul volto di Gennaro che già rassegnato e senza la forza di soffrire, non fece un movimento. La sua coscienza faceva a rimpiattino con il dolore per riuscire ad affrontare la situazione con dignità ed efficienza. Il comandante non comprendeva quella calma e lo incalzava:

  • Non dite niente? La notizia vi lascia indifferente? Non eravate amici?

Gennaro dal canto suo, nonostante il nodo interiore, sentiva fortemente il nemico che aveva di fronte e cercava di restar padrone dei propri nervi soprattutto, per evitare di essere preso dal tremito nervoso che lo disturbava quando doveva affrontare nu condranosse [=un contrasto, chiarimento].

  • E’… – cominciò a parlare con circospezione – è… morto e… devo comunicarlo alla moglie e ai figli. E’ così? ho capito bene? Voi non volete dirglielo e affidate a me questo compito.

Il centurione lo guardò quasi con ripugnanza e precisò:

  • Questo è un compito che di solito affidiamo ai parenti più prossimi… ma la donna non ne ha. E sarete voi a farlo e… mi raccomando, fatelo bene. Poi… – dopo un’altra cesura di ordinanza, annunziò – Alla signora sarà concessa la pensione come vedova di guerra e un vitalizio per la medaglia offerto dal governo provvisorio spagnolo. Agli orfani sarà concesso di compiere la propria educazione nel collegio dei figli dei caduti di guerra.

Alla fine Gennaro fu licenziato – Potete andare

Uscì senza fare il saluto romano ma sulla soglia fu seguito dalla voce del comandante che lo saittava [=saettava]:

  • Vi informo che sarete processato fra un mese al massimo.

Al poveretto non rimaneva che incassare ed allontanarsi cucce cucce [=timidamente] come un cane bastonato.

  • Andiamo – disse a Lucia con voce finalmente intenerita – andiamo a casa
  • E che ti ha dètto? – la donna si mise a ripetere sollecitata da un’ansia cupa ed indocile a ogni controllo della volontà. Sentiva che qualcosa di terribile era successa e assillava l’accompagnatore che dal suo canto resisteva e si rifiutava di parlare.
  • A casa, Luci’, a casa parliamo con calma.

Fecero la strada senza più fiatare con la vedova che si era messa a piangere e si sforzava di tenere a bada i bambini. A pochi passi dall’abitazione, Gennaro si scusò:

  • Permetti un momento, continua da sola, vado a comprare le sigarette.

Ma non comprò solo le sigarette, comprò soprattutto qualcosa per far mangiare a mezzogiorno i bambini “loro non devono sapere così oggi, all’andrasatte [=all’improvviso]” pensava, mentre arrecquate [=ritirato, arroccato], nell’intimo suo, cercava affannosamente la forza e le parole adatte per affrontare il compito che gli era stato affidato. Lucia era in ansia, lo aspettava sulla porta con il bambino più piccolo in braccio.

  • Fallo andare a giocare in strada con i fratelli – le chiese e quando furono soli, sedettero al tavolo che serviva per mangiare e rimasero in silenzio, faccimbronde [=di fronte] a guardarsi. Gennaro notò che la donna aveva gli occhi ormai asciutti, sbarrati come se avesse capito ciò che stava per dirle, ma nonostante tutto lui proprio non riusciva a trovare il coraggio per biascicare “è morto”, non voleva sentire nemmeno il suono di quelle parole che, una volta pronunciate, avrebbero escluso per sempre il ritorno tra loro di Domenico.
  • Tu sei una donna forte – cominciò a divagare – hai appena ventisei anni, se ti scoraggi i tuoi bambini che fanno?
  • Perché dovrei scoraggiarmi? Spiegati – Lucia si mise ad assillarlo ormai senza pianto, giacché avendo messa da parte ogni speranza, voleva solo raggiungere la tranquillità del fatto compiuto per alleggerirsi nella propria sofferenza, almeno del carico dell’incertezza.
  • Perché, perché? – ripeteva
  • Domenico è stato ferito gravemente, è in ospedale e sai com’è… può guarire e può restare mutilato… o peggio. E hanno dato a me l’incarico di dirtelo.
  • Sicché… è ferito, potrebbe rimanere mutilato… potrebbe morire, no? Io potrei essere vedova, è così? è vero? No?
  • Sì è vero ma fatti coraggio – una volta introdotta nel loro discorso la morte, il cuore di Gennaro si era fatto più calmo, rassegnato, si era aperto al dolore e le lacrime avevano cominciato a sgorgargli naturalmente dagli occhi senza che potesse in alcun modo trattenerle mentre si sforzava di completare, con tutte le altre informazioni, il compito che gli era stato affidato.
  • Ti assegneranno la pensione, la medaglia di bronzo e anche un vitalizio concesso dal governo spagnolo… e i bambini potranno andare in collegio a spese dello Stato.
  • Allora… è morto! – gridò Lucia

L’altro annuì più volte con la testa e si asciugò gli occhi senza parlare.