Il flauto e il capitale

Capitolo VI


Lucia non metabolizzava velocemente gli eventi per cui in superficie poteva sembrare rigida e formale mentre in realtà l’assimilazione lenta ed elaborata delle cose la trasformava intimamente in modo profondo, a volte persino bizzarro e sorprendente.
Ora che se la passava bene, dopo tutto quello che era successo, quasi si vergognava di non avere più fame. La sua anima si ribellava all’idea di dover accettare una situazione di agiatezza legata all’assenza di Domenico. Si rifiutava di considerare quella morte un accadimento fatale della sua esistenza. Se ne stava chiusa in casa, lontana dalla luce, curando ossessivamente i bambini e non parlava con nessuno specie dacché anche Gennaro era andato via, condannato al confino. Non voleva voltare pagina e si trincerava nelle abitudini del passato. Prima aspettava le lettere di Domenico, ora quelle del suo amico e a leggerle era il postino, un bravo ragazzo che si era avvicinato a lei quando aveva intuito il suo bisogno di conforto da parte di un cuore fraterno. Anche per Gennaro, nell’ingrata condizione di esiliato, quello scambio epistolare era un’ancora cui aggrapparsi per non ndusequa’ [=intossicarsi]. Quando arrivava una lettera dal suo paese era ogni volta una specie di disgelo primaverile nella screscenze [=crepuscolo] senza affetti entro la quale era condannato a vivere. E meno male che aveva portato con sé l’assugghie [=strumento da calzolaio], ‘u pendarule [=l’ago da ciabattini], la lanzette [=l’arnese per tagliare] e altri attrezzi. Erano un’ assicurazione di sopravvivenza, na capesciole [=una fettuccia] che lo teneva legato alla vita. In breve, con le sue competenze artigianali, nella nuova residenza, si era fatto conoscere per l’impegno e la precisione con cui lavorava. E tutti lo chiamavano, non solo per le scarpe ma anche per altri tipi di intervento manuale, falegnameria, riparazioni idrauliche ed elettriche, bianchisciature [=lavori da imbianchino]. Si prestava a far di tutto, anche perché lì, sull’isola, quelli di prestazione erano gli unici rapporti che si riusciva ad intrattenere perlomeno pubblicamente, c’era un controllo poliziesco e i compagni di confino non erano molto espansivi e disposti alla familiarità. In genere erano sucagnostre [=scrivani, gente di cultura] e non erano d’accordo nemmeno tra di loro. Pare che in Spagna fossero usi a schetegnarsi [=prendersi a pugni] senza pietà. Mai come su quell’isola, Gennaro aveva ripensato all’idea del magnete di Edoardo e non riusciva più a dividere, come un tempo, il mondo in buoni e cattivi, fascisti e oppositori dei fascisti. Evidentemente le cose della politica erano diverse da quelle della religione, ahivoglia a separare il bene dal male, i buoni dai cattivi, il bene riproduceva sempre il male e il male il bene. Le divisioni tra marxisti erano un mistero impenetrabile per lui, perché lì non c’erano solo i socialisti, ma i trozkisti, gli stalinisti, i comunisti e nessuno condivideva le idee degli altri e al di fuori di tutti, odiati da tutti, c’erano gli anarchici, che erano i più abili nei ragionamenti e i più disposti alla fratellanza ma Gennaro non riusciva a convincersi che ci potesse essere un mondo dove tutti comandano e nessuno ubbidisce. Aveva provato ad esplicitare i suoi dubbi ai compagni e gli era stato risposto:

  • Sì, perché tu sei educato a ragionare da servo.

Tutto sommato i fascisti lo avevano trattato meglio chiamandolo sovversivo. Gennaro era sanguigno, era abituato a vivere per le strade, a parlare con chiunque, dover centellinare le parole e spaccare il capello lo intristiva e se ne andava sul mare con il flauto a sognare il suo paese, bianco di calce come un bucato arrecendate [=risciacquato] sulla scogliera.

Lucia aveva altri problemi, ora la notte dormiva insieme ai bambini ma da quando Domenico era morto, stentava ad addormentarsi. Pensava a lungo e i suoi pensieri erano strani: e se Domenico ce l’avesse con me che l’ho messo in croce con tutti quei figli? di chi la colpa? e se mi odiasse per essere stata la causa della sua morte? e se volesse venire a prendersi i figli con sé? “La fede che le avevano dàta in chiesa, non era sognante, era punitiva e anziché darle sollievo e speranza la terrorizzava con il timore di Dio e delle sue punizioni. Com’era lontano il tempo in cui lei e Domenico si erano conosciuti ragazzini e giocando giocando si erano affedati [=fidanzati]! Ora il futuro era buio come un cielo d’inverno. E “ueiesse così, ueiesse colà [=vuoi vedere che e’ cosi’, vuoi vedere che e’ cola]”, quando si addormentava era sempre l’alba. Spesso faceva cattivi sogni, una notte sognò i figli che litigavano e quello del collegio, vestito di nero, con un teschio bianco sul petto, picchiava i più piccoli e l’accepenava [=acciaccava]. Si svegliò coperta di sudore sebbene la notte fosse fredda e l’acquagghie [=rugiada, condensa] bagnasse i vetri facendoli lacrimare, e in preda all’angoscia, si era alzata ed era andata a chieder aiuto davanti al ritratto del marito.

  • Dome’ aiutaci, non ci abbandonare.
  • Mamma, che fai? – la voce di Roberto, il più piccolo, l’aveva subito richiamata nel letto. Lo aveva stretto a sé e gli aveva preso le mani e a poco a poco si era addormentata ma l’incubo del sogno non l’aveva lasciata anche perché ogni momento, in casa, trovava davanti a sé cose che le ricordavano Domenico e la condizione di orfani dei figli: una fotografia, un quaderno, un vestito lasciato appeso all’attaccapanni…

E proprio quel giorno venne il milite a convocarla alla Casa del Fascio per la sera. Bisognava andarci per evitare seccature ma Lucia aveva l’animo di traverso. Lasciò i figli più grandi a fare i compiti e con Roberto, il piccolino, si presentò.

  • Accomodatevi camerata, – le fece amichevole il centurione – come stanno i ragazzi?
  • Bene, grazie, ora sono in due ad andare a scuola e se la cavano abbastanza bene.
  • E quello del collegio? che si sta costruendo una formazione fascista?

Lucia divenne tesa, il sogno della notte richiamato involontariamente dal discorso del comandante, le era tornato a mente a far vibrare la corda oscura del presentimento.

  • Bene – rispose asciutta, decisa a chiudere l’argomento
  • Quando vi deciderete a mandare anche gli altri?
  • ‘U uastafeste [=il guastafeste] insisteva su quel tasto e la donna si vide trascinata ad irritarsi sempre più contro la sua volontà.
  • Vi ho già detto più volte che non li manderò perché non voglio restare sola.
  • E’ un atto di egoismo il vostro, non degno della moglie di un eroe. Una madre fascista deve sacrificare anche sé stessa per i figli e per la Patria.

“Ce vole ‘stu cicerammuodde [=questa persona altolocata]?” pensava di contraggenio Lucia “non gli basta che m’hanno svacandate [=svuotato] la casa?”

Stava per rispondere all’ammerse [=al contrario], quando l’uomo riprese conciliante – Va bene, con più calma… quando avrete riflettuto meglio su tutta la faccenda, ne riparleremo…

  • Sì, è meglio
  • Vi ho chiamata – il centurione finalmente venne al sodo – per invitarvi a prendere parte a una cerimonia in occasione della visita al nostro paese del sottosegretario alla guerra. Noi dobbiamo presentare le vedove delle guerre d’Africa e di Spagna. Portate i vostri figli vestiti da balilla e appuntate sul petto del più piccolo la medaglia del defunto. Mi raccomando di vestire di nero e, se volete, possiamo anche darvi una divisa di madre fascista. Il sottosegretario sarà qui dopodomani. La cerimonia è per le cinque del pomeriggio. Se parlate, esprimete sentimenti patriottici e fascisti, non dovete dimenticare di essere la vedova di un eroe.

Lucia era rimasta ndrevegghiata [=disturbata] come se avesse ricevuto nu mandelline [=un sacco di botte], lo guardò a lungo e chiese con tutta la calma che le era rimasta:

  • Comandante, devo proprio venire?
  • E’ necessario.
  • Allora – ormai la donna stava a vigghià [=bollire] – voglio la divisa di vedova di un morto di fame, ne avete una? no? Peccato, io non sono la vedova di un eroe, ma di un morto di fame. Quando campava nessuno gli dava niente, un lavoro, un posto dove vivere con la famiglia, comanda’, mio marito non ci teneva a fare l’eroe, ad avere medaglie, mio marito voleva mangiare e bere con i figli suoi…
  • Vedova Terlizzi! – tuonò ‘u todere [=il broccolo] – state passando il segno, non capisco che vi ha preso!

Lucia in preda al marasma della collera sentiva in un angolo della coscienza la voce della saggezza che le diceva “stai screditando Domenico che da eroe sarà declassato a marito de na tracchiere [=di una chiacchierona]” ma una volta saltato il coperchio della prudenza, non riusciva a fermare il flusso di parole che le scendeva sulla lingua.

  • Mi prende che voglio dire la verità. Che credete che sia per me una cerimonia, una medaglia, i figli in collegio che marciano come soldati a dieci anni, cosa credete che sia per me? Tutte chiacchiere e pennacchi che vanno bene per voi ma la mia famiglia non esiste più. Prima non mangiavamo ma eravamo tutti presenti a tavola, mo’ mangiamo e dove sta mio marito? e mio figlio dove sta?
  • Ora basta! – urlò il comandante battendo il pugno sul tavolo – l’invito ve l’ho fatto, se non volete venire non venite ma noi dovremo ricordarci che rifiutate di presenziare alla cerimonia di Sua Eccellenza. Questo non può essere dimenticato.

Lucia che si era sfogata, era ormai calma e cominciava a capire che prima o poi un altro chiangone [=grosso masso] le sarebbe calato sulla testa.

Il comandante aprì la porta e chiamò il milite:

  • Accompagnate la vedova giù e rendete gli onori alla medaglia dell’eroico Domenico Terlizzi.

E con la faccia nghiemmata [=intossicata, raggomitolata] tornò a sedersi alla scrivania.