Capitolo VII
Lucia attendeva che Gennaro le scrivesse per potergli rispondere informandolo dell’accaduto, ma passò molto tempo, due mesi di silenzio, senza poter chiedere notizie a nessuno. La poveretta cominciava ad essere esasperata da questa mancanza di comunicazione col suo confidente quando, una mattina, udì bussare: era Edoardo ma stentò parecchio a riconoscerlo. Portava una benda nera sull’occhio destro e alla mano sinistra, un guanto rigido. Elegante, con la camicia nera sotto la giacca, aveva quel non so che di attraente e scontroso che incute rispetto tra la gente ed arriva a sedurre il cuore delle donne. Era abbronzato e la benda che illudeva di un passato ardimentoso ed inquieto, rendeva espressivo e intenso il volto ombreggiato da una barba corta e rada che ammorbidiva coprendola, la mascella volitiva. Lucia si sentiva impacciata di fronte a quell’estraneo perché capiva di subirne il fascino e se ne vergognava come se stesse venendo meno alla memoria del marito, lo fissava e ripeteva vacuamente:
- Edoardo! che fai qui? chi l’avrebbe detto?
- Lo so, sono cambiato, non ti spaventare, sono stato ferito tre volte, la terza quando Domenico… fu colpito a morte. Fummo mitragliati da una squadriglia a bassa quota. Io ci rimisi un occhio.
Essendosi accorto di essere motivo di imbarazzo per la donna che arrossiva e balbettava quando cercava di parlare, Edoardo per metterla a suo agio, cominciò a raccontare e a spiegare le cause di quel suo aspetto strano e quella benda che pensava dovesse incutere paura.
- Sono stato a lungo in ospedale per le mie ferite e appena uscito mi volevano rimpatriare ma che cosa venivo a farci qui? Avevo bisogno di mettere da parte un gruzzolo adeguato per non tornare a fare una vita grama. Del resto avevo dato più di quanto mi avessero chiesto e pagato, spesso quelle truppe raccogliticce si davano alla fuga, io non sono mai fuggito perché volevo riprendermi il posto nella società che avevo perduto. Tre dita e un occhio però sono troppo per un riconoscimento e una medaglia. Non l’avevo fatto per loro e in cambio volevo dippiù. Così ottenni di aggregarmi a una società civile che lavorava per le truppe: eravamo trattati come militari, non vestivamo la divisa e non partecipavamo ai combattimenti ma eravamo armati.
Mentre parlava la benda sembrava animarsi mossa da un tremito nervoso di tutta la maschera facciale e la mano destra si era come agganciata al guanto che copriva la sinistra. Lucia che nonostante le sue perplessità, si sentiva riempita nell’anima di una profonda pietà per quell’uomo provato dalla guerra, esclamò:
- No, Edoardo, non rinvangare quelle cose, ti fanno male!
Ma l’altro le gettò uno sguardo sorpreso, esitò un istante e subito riprese il racconto. La necessità di parlare, parlare, rivelava un turbamento interiore da bestia ferita che lo spingeva disordinatamente a giustificarsi e ad agamuffa’ [=nascondersi, camuffarsi].
- Eh, ci voleva la guerra per cambiare le nostre cose. Però alla fine ho avuto ciò che mi spettava. Ed è stato soprattutto allora, da civile, quando feci le esperienze più… ma ti dirò poi. Alla fine ciò che volevo me lo son preso.
- Dimmi – Lucia lo fermò con una domanda che aveva dall’inizio sulla bocca – Hai visto spesso Domenico? Quando è morto?
- Lo vidi prima della battaglia, ci vedevamo regolarmente. Poi fui ferito e seppi di quello che gli era successo, quando chiesi sue notizie al comando all’uscita dall’ospedale. Della sua compagnia si salvarono in pochi. Non lo rividi più
L’uomo prese dalla giacca un sacchetto di pelle, slacciò la stringa e lo vuotò sul tavolo: c’era di tutto, brillanti, oggetti d’oro, monete, un vero tesoro.
Lucia si spaventò: – Cos’è questo? – gridò
- Son cose che ho prese lì, in Spagna, quando lavoravo da civile, abbiamo fatto di tutto, contrabbando di beni di prima necessità di cui noi eravamo ben forniti mentre la gente non aveva di che mangiare e soprattutto abbiamo anche aiutato a scappare e a nascondersi quelli che si sapevano condannati.

Si fermò guardando nel vuoto come se cercasse il filo del racconto smarrito e subito riprese
- Non era facile riuscire… a salvarsi. Che guerra insensata, molti ammazzavano senza sapere perché… e noi? No, nemmeno noi lo sapevamo. Quando entravamo nelle città donne e bambini si gettavano ai nostri piedi a chiedere pietà o a far festa e non potevamo fermarci… sempre avanti… avanti… a inseguire i repubblicani in fuga, non potevamo riflettere su ciò che facevamo. Si fucilava, si ammazzava e non si conosceva il nemico. Che certe volte parlava la tua stessa lingua. Eh pensa, ‘u leche [=la campagna] lì è come il nostro, con gli ulivi, i fichi, i carrubi, avevi voglia di fermarti a riposare ma non dovevi, non dovevi fermarti mai, la morte faceva allogne allogne [=mosca cieca] con chi addemerava [=indugiava, tardava] a prendere fiato. Se una pattuglia si smarriva, specie se pioveva ti poteva capitare di incontrare gruppi di volontari italiani che combattevano per i repubblicani, non ci si riconosceva e si chiedevano informazioni e, chi si accorgeva dell’errore imbracciava per primo il fucile e faceva gli altri prigionieri.
- Dammi abbiende [=riposo, pausa], fammi accapezza’ [=schiarire le idee] – Lucia travolta da tutti quei racconti che non capiva, tentava di fermarlo per chiedergli qualche spiegazione, ma ormai Edoardo pareva fosse in preda a un malumore a scatti che lo faceva balzare avanti e indietro nel racconto e ogni tanto si fermava come di fronte a un ostacolo interiore che gli faceva perdere l’equilibrio.
- Sì, chi si sapeva condannato era disposto a darti tutto ciò che possedeva per mettersi in salvo ma… non sempre ci riusciva… Fu così anche quella volta, quando i baschi si arresero a noi perché gli fu promesso che se avessero consegnate le armi avrebbero avuto salva la vita e non sarebbero stati costretti a combattere contro gli antichi alleati. C’erano navi autorizzate a prendere a bordo quelli che avevano passaporto basco, ne facemmo salire tanti che credevano già di essere in salvo ma i falangisti salirono a perquisire le imbarcazioni e quelli che presero li fucilarono. Solo pochi che si erano nascosti nelle stive si salvarono.
La donna lo guardava con gli occhi sbarrati, era spaventata e il narratore cercò di ammorbidire l’effetto delle sue parole bilanciando le responsabilità.
- Non erano neanche loro degli agnellini, non lo era più nessuno, tra di loro si fucilavano per niente, specie per motivi politici, si fucilavano i disertori…
- Voltapannere [=traditore]
- Anche, in un certo senso, ma anche i saccheggiatori, i socialisti, persino gli omosessuali.
- Che? I… fnucchie [=omosessuali]?
- Lasciamo andare – Edoardo era imbarazzato per aver toccato quell’argomento – I commissari politici erano sbrigativi, ti facevano inginocchiare davanti a un muro e ti sparavano in testa, un capitano di una compagnia fu accusato dai suoi soldati di averli obbligati ad andare all’assalto sotto la minaccia della pistola? fucilato. Un combattente si fermava? Fucilato? un altro sabotava l’arma? fucilato…
Stanca di quelle narrazioni di ferocia e di follia Lucia si era come ritirata in sé stessa e se ne stava con la testa incassata nelle spalle e i pugni stretti sulle ginocchia senza intervenire. Edoardo allora si fermò di colpo, coprì con la mano guantata i gioielli come volesse nasconderli, dètte un pugno sul tavolo, la guardò a lungo e le chiese:
- Te ne posso dare qualcuno? li puoi vendere, ti possono far comodo.
Mentre parlava era diventato pallido sotto l’abbronzatura terragna e l’unico occhio s’era acceso di esaltazione, la donna mise le mani spalancate avanti:
- No, no, non li voglio, non c’è ragione che tu me li dia, sono tuoi. Io ho la pensione… Domenico con la sua morte ha pensato a me. Non mi serve niente.
- Io te li voglio dare in nome della fraterna amicizia che mi legava a lui. Hai quattro figli da crescere. Potresti comprare tante cose che sono necessarie per loro… tante… tante.
Per Lucia quella giustificazione non serviva, il giovane che aveva davanti la affascinava ma non era più Edoardo, c’era qualcosa di estraneo che s’era impossessato di lui, che la spaventava. Negli anni della povertà era sì, scettico e leggero per temperamento, ma la parte che restava in superficie era sempre quella familiare dell’amico e dello sparasalse [=sbruffone], ora un altro brandello più oscuro ed infelice della sua personalità era emerso. Quell’uomo sembrava diviso nell’anima e forse cercava di comprarsi il giudizio dei vecchi compagni per riappropriarsi della parte di sé, più semplice e spensierata, che s’era persa in Spagna. Doveva essere una specie di rigenerazione della coscienza e lei non era certa che fosse giusto accettare quei doni.
- A che servirebbe? – si sforzava di spiegare – a far vedere che ho fatto fortuna con la morte di mio marito? Io ci tengo a essere rispettata dal paese, per te forse queste cose non contano ma per me… io sono una donna e sono sola, sai i tagghia tagghie [=pettegoli] …
Edoardo non replicava, riempiva il pugno di gioielli e li faceva scorrere e cadere uno alla volta nel mucchio ascoltandone il rumore. Guardava l’amica infervorarsi nel giustificare il proprio rifiuto e notava che si era fatta piacente, si vedeva che non soffriva più la fame e la nutrizione regolare l’aveva fatta rifiorire, gli occhi erano tornati limpidi e profondi, il colorito naturale. Peccato che fisicamente le gravidanze premature l’avessero disfatta. Se non si fosse ridotta come una specie di caratììdde [=carro botte], e se non fosse stata analfabeta, bhe’… lui un pensierino avrebbe potuto farcelo per dare un padre ai figli di Domenico. Ma la sua vita da quel punto di vista ormai era piena, le donne, che non lo guardavano quando aveva due occhi, ora che ne aveva uno solo non lo lasciavano in pace, pronte a sacrificarsi con l’eroe della Patria. Ed erano belle, curate ed eleganti, donne d’alto lignaggio. E’ vero, erano delle esaltate, a volte pretendevano delle scenarità celebrative per infervorarsi nell’atto sessuale, la nipote del federale riusciva persino a trascinarlo nel flusso oppiaceo di un’ebbrezza nera con cui creava temi diversi di eccitazione e di gioco mettendo la pistola carica sul cuscino o toccando le sue ferite o indossando la camicia nera sulla pelle nuda ma a lui tutto questo piaceva, ci stava, ci si divertiva dopo tanta astinenza e tornava a sentirsi vivo e descetate [=sveglio] .
- Tu – chiese alla donna mentre continuava il suo trastullo con i gioielli – non hai pensato niente per il tuo futuro? e quello dei figli?
La domanda fu lasciata cadere senza una risposta :
- Che ne so io? Non si può scegliere la vita, quello che ti vuol dare ti dà, bisogna accettare ciò che si riesce ad avere. Io dico solo” basta dispiaceri, quello che verrà, verrà”.
Lucia non riusciva a capire cosa Edoardo le stesse chiedendo, perché s’interessasse di certe cose che riguardavano solo lei e il futuro dei suoi figli, lo guardò a fondo, guardò la benda nera che gli copriva l’occhio, le mani guantate, la camicia nera, i gioielli ma non trovava spiegazioni. Che voleva quell’uomo? Voleva farle accettare quegli strani regali e perché? Non poteva disporre anche della vita degli altri. Con i soldi non poteva regolare e mettere tutte le cose a posto, anche quelle della coscienza.
- Io sono ricco – quello continuava a ripetere – non posseggo solo la roba che vedi ma molto di più, molta roba, sono veramente ricco e vorrei che qualcuno di chi mi è stato vicino nei tempi di povertà e sofferenza potesse godere di queste cose con me. Lo so che ti faccio paura, tutti quelli che sono stati in questa guerra sono diventati cattivi, si sono abbrutiti, io non posso più veder il mondo con tutti e due i miei occhi: uno vede la realtà e la via per andare avanti ed arricchirmi e crescere mentre l’altro, quello che non ho più, continua a guardare indietro, alla gioventù, agli amici e allo spirito di leggerezza di una volta. Se devo condividere col mondo la mia fortuna, non voglio essere condannato a farlo con chi mi ha costretto a fare il gladiatore nel circo per riscattarmi dalla povertà.
A questo discorso, pieno di commozione e tenerezza, la donna che se sentiva parlare di indigenza e di stenti, subito capiva, finalmente annuì: – Sì, ti capisco ciò che non capisco è perché adesso porti la camicia nera. Potresti pensare a goderti la tua fortuna, in tutta tranquillità, no?
Edoardo che sorrideva, all’improvviso si irrigidì, il sorriso gli diventò sogghigno.
- Perché? Non certo che son diventato fascista, ma essere decorato tra loro è un privilegio e io non voglio rinunciarvi. Ora sono forte, ho quante donne voglio, me la faccio anche con quelle della casa del Federale e qui sono più in alto di tutti, ho dàto parecchio e voglio riprendermi ciò che ho dàto.
La sua interlocutrice era confusa, non sapeva più cosa pensare perché in fondo, essendo una persona semplice, di fatti anziché di parole, tanta lucida determinazione naturalmente la ammirava. L’uomo che aveva davanti non era il solito cicerammuodde [=persona altolocata], era uno che sapeva finalmente come fare a nghianà [=salire]. Dal punto di vista della concretezza i suoi discorsi erano netti e senza pieghe. Come non condividerli? Ma d’altro canto, l’abitudine, l’educazione le dicevano che ”nella vita non c’è solo la concretezza, ci sono anche altre cose importanti, regole, responsabilità, peccati…”.
- Vorresti che fossi così stolto, così quaquè [=scemo], da non approfittare di ciò che mi spetta? Io ho pagato, e anche molto, per avere quello che ho. Sì, lo so, tu sei ancora la donna semplice d’acquanne [=quando] ci siamo conosciuti… che allora eravamo un po’ tutti sprovveduti, ma tu sei anche una persona con i piedi per terra, non sei nu fafelluse [=uno che si agita senza concludere] idealista come Gennaro. Prima o poi capirai…
Edo continuava a sproloquiare, faceva ogni tanto una pausa per studiare l’effetto delle sue parole e poi riprendeva:
- Non si può tornare indietro e poi perché? Vuoi che continui a prendere stambate [=calci] da nu spedecchione [=un pidocchioso] che vale meno di me? Io avevo perso tutto e non riuscivo ad odiare perché mi ero convinto che fosse tutta colpa mia, della mia incapacità e poi… avevo la leggerezza della gioventù che mi faceva credere nelle favole che ci raccontavano, noi siamo addubbiate [=narcotizzati] dall’educazione, bisogna tornare ad odiare per capire le cose, ma ora sono cresciuto, ho imparato e vedrai…
I bambini erano entrati in casa inseguendosi e vedendo l’ospite della madre, l’avevano subito riconosciuto: – Eddò, Eddò – gridavano mentre gli saltavano addosso. Roberto gli si arrampicava al collo e cercava di portargli via la benda dall’occhio:
- Toglila, toglila, non è vero che sei stato ferito!
Edoardo travolto da tanta espansività cercava di giustificarsi:
- Mi dispiace che non vi ho portato niente ma non ho avuto il tempo di pensarci, vi prometto che la prossima volta vi porterò tutto quello che vi serve.
- Sì, Eddò, una palla
- Le matite colorate
- Il trenino
- Il cerchio…
L’avevano visto partire con il padre ed ora che tornava da solo, lo confondevano con lui.