Il flauto e il capitale

Capitolo IX


Ora Edoardo andava con regolarità a trovare Lucia per sbrigarle la corrispondenza con il confidente relegato a Lipari, e aveva intuito come tra i due si fosse instaurato un rapporto molto intimo d’intesa, che in fondo in fondo gli faceva piacere, però non poteva scandagliare oltre i loro sentimenti. Mandava tramite le lettere che scriveva per la donna, i propri saluti a Gennaro e non si svelava mai scrivendogli direttamente, per non compromettersi col partito. E intanto s’era affurtequate [=rimboccate] le maniche e si muoveva per capire cosa fosse successo al tempo del procedimento che aveva spedito il povero amico al confino. Ne cercò la pratica e la spulciò. La sua attenzione si appuntò sui nominativi di coloro che avevano testimoniato, chiese in questura informazioni riservate sul loro conto e rilevò a carico di due di essi, dati abbastanza compromettenti: erano ambedue parenti del comandante (ovvero della moglie) e avevano precedenti antifascisti. Insomma erano noti in questura per aver preso parte ad attività sindacali e sediziose per le quali erano stati più volte segnalati molti anni addietro. Era evidente che avevano voluto ricostruirsi una verginità politica nei confronti del fascismo, montando l’operazione di condanna di un innocuo ma tenace oppositore del regime. Conoscendone la loquacità e gli orientamenti ideali, lo avevano avvicinato e avevano avuto gioco facile a farlo parlare. Si trattava di due fratelli di cui uno era un negoziante di stoffe, l’altro un commesso comunale che aveva sposato la cognata (sorella della moglie) del comandante. Era stato il commerciante che dopo l’operazione, ne aveva tratto maggior vantaggio perché aveva ottenuto la fornitura per le divise fasciste mentre l’altro era diventato effettivo in Comune passando negli uffici che svolgevano incarichi rilevanti. Tutti gli altri ruotavano attorno a loro due: chi commesso chi usciere chi aiuto-commesso, tutta gente debole bisognosa di aiuto e protezione. Addemerò [=indugiò] parecchio per trovare tutte le informazioni necessarie, soprattutto tramite la questura, ma alla fine Edoardo era pronto allo scontro. Non senza però, un’ultima accurata indagine sulle forniture dei tessuti per le divise che venivano confezionate da un apposito laboratorio del quale, a detta di alcuni dipendenti generosamente ricompensati per l’informazione, il comandante e il commerciante erano proprietari alla pari. Oltretutto le stoffe adoperate, indicate come panno superiore, erano in realtà di qualità scadente mentre il laboratorio le pagava a un prezzo di molto maggiorato rispetto all’effettivo valore di mercato. La compagnia di polizia tributaria fu mandata a far visita al negozio e al laboratorio e sequestrò documentazione sufficiente a spedire il commerciante in tribunale. Naturalmente si sorvolò sulle responsabilità del comandante che comunque, crosce e scrosce [=eterni nemici mortali], se la segnò a dito ed affrontò Edoardo.

  • Calabrò – cominciò con morbidezza – hai agito male nei miei confronti. Dovevi almeno avvertirmi di quello che stava succedendo. Saremmo arrivati allo stesso risultato senza fare tutto ‘stu fucuore [=questa forte luce improvvisa]. Mi hai mancato di riguardo, ti credevo un camerata franco e sincero.
  • Hai finito di parlare? – interloquì seccato il fiduciario
  • No – rispose l’altro alzando il tono e il livello della discussione – perché voglio aggiungere che bisogna andare in fondo alla cosa, in questa faccenda ci deve essere qualcuno che ha interessi particolari e chissà dove vuole arrivare…

Edoardo, arrecquate [=rincantucciato], aspettò con pazienza che il discorso dell’avversario si arenasse nel vago delle minacce, per ribattere.

  • Eh no, qui sei tu che faresti bene a spiegarti, a dire dove vuoi arrivare. Nessuno sapeva che quello fosse tuo cognato e… nessuno è andato oltre. Caro camerata, tu hai sempre mostrato un attaccamento esemplare alla morale fascista. Mi sorprende che tu faccia questo discorso, perché avrei dovuto avvertirti? Un’azione disonesta resta tale anche se commessa da gente a noi vicina. Speculare poi, sulle stoffe per le divise… beh, è una cosa che ripugna perché quelle divise le pagano i poveretti, i figli degli operai, la gente che soldi da buttare non ne ha. Nell’indagine che proseguirà verrà fuori anche il fantomatico socio del laboratorio che io per ora, non conosco. Vedremo prima o poi, questo signore in faccia… Quanto al riguardo che io ti devo e alla sincerità relativa, tu credi di essere un imperatore qui, nel Fascio, e pensi che tutti gli altri siano tuoi sudditi. E’ ora che ti levi quest’idea dalla testa. Io me ne frego di te – ormai voleva provocarlo e alzava il tono delle offese e della voce
  • Ficcati bene in mente, caro il mio seniore, che d’ora in avanti non farai più il gallo. Te lo dice Calabrò. E per di più ti dico che se fai troppo rumore e cerchi di fregarmi sarà peggio per te!

L’altro impallidì ormai furibondo. Si scagliò addosso ad Edoardo e gli dètte nu mappine [=uno schiaffo] in piena faccia. Era la seconda volta che un fascista lo schiaffeggiava, Edoardo non reagì nemmeno ora, in fondo era quello che voleva.

Ai militi che al tono alterato delle voci, erano accorsi, disse:

  • Voi avete visto che il seniore mi ha dato uno schiaffo?
  • Signorsì – risposero imbarazzati i due
  • Bene, seniore – continuò il fiduciario – risponderete anche di questo, di aver schiaffeggiato un grande invalido e medaglia di bronzo al valor militare. Arrivederci.

E immediatamente si recò dal Federale, presso il quale in fondo era di casa, ad esporre i fatti, fornì le prove e disse anche che la questura sospettava che il socio occulto del laboratorio fosse il comandante e che le indagini erano state fermate in attesa del benestare del Federale stesso

  • Perdio! – urlò quello assalemmate [=scottato], allorché Edoardo ebbe finito di esporgli i fatti – questo è troppo.

Per telefono, ditziofacte [=ipso facto], dette al questore il parere favorevole alla prosecuzione dell’operazione e quindi scrisse al comando generale della milizia per sospendere il seniore dal servizio per indegnità in attesa di processo.

Il comandante aveva così finito di essere il ras del quartiere ed Edoardo nghianò [=sali’] parecchi gradini nell’ascesa personale del potere perché da quel momento oltre che eroe sul campo di battaglia, divenne eroe della giustizia e della legalità, un titolo spendibile in ogni situazione, anche di profondo mutamento politico. E intanto si godeva lo stato privilegiato di idolo dell’attivismo giovane ed eccitato.

Per mesi Gennaro non aveva fatto che pensare al proprio ritorno, era l’autunno del ’39 e il tempo della relegazione era scaduto. L’ultima lettera che aveva mandato dall’isola era piena di ottimismo per il futuro. “La cosa più bella” – scriveva – ”è che ho messo da parte un bel gruzzolo col quale intendo metter su bottega. Non girerò più per il paese con la bisaccia, starò seduto a ricevere i clienti e potrò lavorare anche quando piove o nevica e di sera mi basterà una lampada. Ho affinato il mio mestiere nell’isola e sono certo che ne avrò di clienti.”

  • Oh beh! – commentò Edoardo – Gennaro torna con l’intento di metter su bottega. E bravo! E’ riuscito a nzemuà [=accumulare] molto, nu taccone [=grossa quantità] di soldi. E bisogna dire che ne ha di coraggio! E’ nziste [=in gamba, sveglio]! Chiunque con tante avversità si sarebbe dato per vinto. Se avrà bisogno di aiuto, glielo darò. Siamo amici da sempre, Gennaro è un uomo pulito, sincero e… generoso…

Improvvisamente mentre parlava, si fermò, come se avesse ricordato qualcosa che aveva dimenticato o vedesse l’orizzonte accavallarsi di nuvole e illividirsi, restò a guardare lontano e poi disse lentamente:

  • A proposito… no… a sproposito… c’è l’ordine di richiamo per molte classi, compresa la mia. Io però, sono esonerato. E’ che sento ‘u sume [=sentore, odore], ‘u ueseme [=sentore, odore] di un’altra guerra.
  • Un’altra? Dopo l’Africa cominciò la Spagna e adesso? Ma questo vostro Duce… che vuole? Ha l’Impero, ha vinto in Spagna, ha l’amico tedesco che è diventato ‘u papunne [=spauracchio per far star buoni i bambini] d’Europa, che altro vuole? – si lamentò Lucia
  • Ormai, cara mia, siamo a una svolta, chiedersi che vuole lui non serve, non è lui a fare i giochi, anzi, è l’ultimo a volere una guerra ma non può fermare gli altri e non può rinunciare al suo ruolo.
  • Mi consola il fatto che i miei figli so’ skapacerate [=teste matte, senza pensieri] ancora, tutti molto giovani.
  • Eh la guerra è come la verrascene [=foraggio, erba da pascolo], iacchie [=trovi] qualche pianta e dici “mo la levo”e poi la levi, la levi e a un certo punto ti accorgi che ha invaso tutto lu leche [=la campagna]. Un conflitto sai quando e come comincia e poi…
  • E tu che pensi ? che sarà lunga?
  • Io non penso niente, sono in troppi a gallia’ [=spadroneggiare]. Troppi!

Appena arrivò, a Gennaro il paese gli sembrò diverso e strano, si stupì di tutto, del bianco troppo bianco dei muri delle case, dell’odore troppo agro di frittura e basilico dei vicoli, del vento troppo forte di grecale, tutto gli sembrava diverso, invece quella che era cambiata veramente era la situazione economica della gente, perlomeno gli avventurosi che erano andati in guerra e soprattutto i suoi amici avevano fatto fortuna. Edoardo era ricco a baluffe [=in quantità], Lucia aveva cambiato casa e quella nuova era grande e luminosa con una stanza affittata a un vecchio insegnante in pensione che aiutava ogni pomeriggio la padrona a fare i compiti per la scuola serale. I ragazzi erano cresciuti e ben vestiti e Lucia non era più la stessa. La sua modesta bellezza aveva acquistato nuova appariscenza per l’uso di qualche belletto e l’eleganza degli abiti che indossava. Gennaro si sentiva un po’ un estraneo per essere stato altrove quando quei cambiamenti erano avvenuti e volendo riannodare in qualche modo il filo della loro storia comune lacerata, parlava, interrogava, raccontava ma nell’eccitazione del ritrovarsi, non lo faceva con ordine, a ionze a ionze [=a poco a poco], collegando i fatti e le ragioni, s’affrettava, mischiava tutto, era una pentola che spetterrava [=straboccava].

  • All’inizio, sai? quando sono andato via, temevo di non farcela, mi sentivo isolato, fallito, ma poi tu che mi scrivevi e qualche brava persona del paese, mi avete aiutato ed eccomi qui. E ho portato tante cose per voi.

Mentre parlava aveva cominciato ad aprire i pacchi, tirò fuori scialli per Lucia, magliette per i ragazzi, scarpe.

  • Le scarpe le ho fatte a mano, io, e sono di pelle buona, ben conciata e senza chiodi, lì ho avuto modo di affinare il mio mestiere. Provale, sono frutto del mio lavoro e… ah! sapessi… che anche lì c’è brava gente, in quell’isola che io nemmeno sapevo che esistesse. Era brava gente ma… si poteva familiarizzare solo di nascosto, in pubblico si doveva tutti farci i fatti nostri. E la musica… sì, pure la musica mi aiutava e anche mi faceva apprezzare perché la musica è una cosa che ti fasce rechia’ [=fa ricreare], e tutti mbaduescene [=rimbambiscono] quando suoni bene. E anche lì c’è chi sta alanute [=rimane svestito], che non tene che mangia’ e acchemegghiasse [=che non ha niente da mangiare e vestire]. I giovani vorrebbero andarsene come facevano i loro nonni ma il regime non glielo consente e devono restare, come molluschi attaccati a quello scoglio aspettando che qualche cosa cambi. Parecchi sono andati in Africa e Spagna come volontari. Ma…

All’improvviso si era reso conto di non avere più molto da dire e chiese:

  • Dimmi di voi, di te, dei ragazzi, di Edoardo, del paese.
  • Io, mi vedi, sto bene, la novità è che sto imparando a leggere e scrivere, Edoardo mi ha fatta iscrivere a uno scuola serale per adulti.
  • Ah bene! una bella idea.
  • I ragazzi che stanno con me vanno tutti a scuola, Rafeluccio è sempre più entusiasta e vuole completare i suoi studi e l’apprendistato del mestiere: sarà motorista. Non c’è verso di convincerlo a tornare anzi, è lui a convincere gli altri due, Vito e Ninuccio ad andare anche loro in collegio per diventare, magari radio-telegrafisti. Risentono tutti l’influenza di Edoardo che è il loro idolo, con i regali che fa, con la sua aria di gradasso, con le camicie nere e la pistola in tasca. Io temo che li stia guastando ma come si fa? Travedono per lui, vanno sempre a trovarlo nei suoi uffici e stanno diventando dei fanatici fascisti – Lucia si era fermata con aria grave, si strinse nelle spalle e poi aggiunse – Sarà qui in giornata. Ah… è… diventato fiduciario politico del Fascio.
  • Eh… non so che dirti, non so se mi dispiace o mi fa piacere per lui.

Gennaro stentava a entrare in sintonia con il paese, si sentiva foramano [=fuori mano, in periferia] con la testa e vedendolo scivolare nella tristezza, l’amica con piglio allegro disse:

  • Beh, per ora non ce la prendiamo, adesso mi vado a mettere una cosa più ordinata addosso e vado a ngigna’ [=indossare per la prima volta] tutte ‘ste belle cose che hai portate

Si caricò le braccia di roba e uscì dalla stanza.

Gennaro si guardava attorno, ricordava la vecchia casa di Domenico, nu scrfutte [=una casa diroccata, tana di animale] e rifletteva” povero Domenico, lui non ci ha mai potuto stare in una casa così”. C’era da struscese [=consumarsi] di rabbia e di malinconia ma il ritorno di Lucia tutta mberlaccata [=abbigliata] lo accheseuo’ [=consolo’]: aveva indossato uno degli scialli e aveva messo le scarpe che lui le aveva confezionate in esilio, con un po’ di tacco alto, che le davano uno slancio inconsueto. Per anni era stata scalzata e vestita di stracci e camminava con difficoltà e circospezione.

  • Sono belle le tue scarpe – commentò – ma io non ci sono abituata a questi tacchi.
  • Eppure non sono molto alti, le vere signore portano certi trampoli sotto i piedi.
  • Mi devo abituare, dovrò fare le prove in casa prima per non prendere nu tretuppe [=una caduta] in mezzo alla strada.

Gennaro la osservò con attenzione e gli sembrò un’estranea, più che ordinata nel vestito che aveva scelto, era civettuola, emancipata, quasi desiderasse piacere ad un uomo e non sapeva se esserne lusingato e sentirsi autorizzato a diventare intraprendente. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso tanto che quella, imbarazzata, si tolse lo scialle, si tolse le scarpe restando a piedi nudi e si sedette in attesa che lui prendesse qualche iniziativa. E vedendo che restava così immobile, schenzate [=scondito, senza carattere]:

  • Allora? – lo incalzò

Ma niente, quello non si risolveva ad andare oltre, divagava

  • Allora… cosa vuoi sapere… gli scialli sono fatti a mano, li faceva una vecchietta che viveva sola dopo la morte dell’unico figlio che era andato a combattere in Africa orientale. Diceva che in me vedeva il suo ragazzo e mi voleva bene.

Lucia, di fronte a quella ostinata timidezza, decise di andare avanti per prima.

  • Come intendi sistemarti?
  • Cercherò una casa e un locale per far bottega, meglio se attigui. Mi starebbe bene uno di quei bassi che hanno un vano nel retro e il servizio igienico. Per me sarebbe l’ideale
  • E fin quando lo trovi, dove vai?
  • Non ci ho pensato, vedrò… per qualche giorno, una locanda…

Lucia era scoraggiata, lo guardava con impazienza e alla fine, accelerando il discorso per arrivare al punto delicato che le premeva, gli chiese:

  • Perché non vieni a stare da me? Poi se trovi ciò che cerchi te ne vai.
  • Luci’ – l’uomo pieno di tenerezza non poteva capacitarsi – ti metterai in bocca a ‘sti ruscia-rusce [=chiacchieroni]… Seplamordedì [=per l’amore di Dio], una vedova che dà alloggio all’amico del marito… mi sembra che darebbe a sparlare.
  • Proprio perché sono vedova, per arrotondare i guadagni posso cedere una stanza in affitto. Già ho un altro anziano a pensione. Vuol dire che farò venire i ragazzi a dormire nella mia stanza e libereremo la loro. E che se poi gli altri vogliono dire che dicano, del resto io non ho mai avuto molta familiarità con i rattapììte [=persone malandate] del vicinato.

Gennaro rimase muto per un po’, sotto la frustata di quella proposta, aveva l’aria spiritata di chi ha appena ricevuto l’annuncio di una vincita milionaria.

  • Allora – tagliò corto Lucia fingendo indifferenza – andiamo a preparare la stanza. Prendi le valigie… qui c’è il lettino dove dorme Rafeluccio quelle rare volte che viene, va bene per te, gli altri aiutami a portarli di là. Ti rassetto il tuo lettino e ci starai benissimo.

Nel locale c’erano un tavolo vecchio, due sedie, un armadio con lo specchio pieno di bolle e il legno in balia dei tarli, una piccola “colonnetta” con il ripiano di marmo e dentro l’orinale che fu subito portato via dalla donna con un certo imbarazzo:

  • Era di quando Roberto era piccino – si affrettò a dire – Però… – aggiunse guardandosi attorno con soddisfazione – non è una stanza d’albergo ma c’è tutto e ci starai bene.

Gennaro posò le sue cose un po’ dappertutto, poi si girò a guardare Lucia, le prese una mano stringendola forte, la portò alla bocca e la baciò a lungo con dolcezza.

  • Grazie Luci’, sei un angelo custode.

La donna non ritirò la mano ma, a sua volta, strinse quella dell’amico guardandolo negli occhi: forse aveva capito finalmente!